lunedì, luglio 25, 2011


L'INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELLO SPORT


Con la riflessione di oggi torno alla funzione indispensabile dell'arte del Jiu Jitsu quale "spazzino" dell'interiorità nostra, strumento di salute psicofisica.

Carini gli orsetti che giocano, vero?
Come tutti i mammiferi -umani compresi- i cuccioli di plantigrado crescono giocando a lottare tra di loro. Avete avuto altri post in cui ho spiegato l'ineliminabile funzione educativa della 'lotta' per gli esseri umani, e più di recente ne ho affrontato la funzione catartica negli adulti per lo stress introiettato nella vita quotidiana.

Lottare fa bene, lottare è non solo utile ma provvidenziale. Lottare è ANCHE uno sport inteso come attività regolamentata e organizzata a fini agonistici, e anche qui ci siamo: abbiamo spiegato molto assai la relazione costruttiva arte marziale/sport in tanti articoli, e pure quella distruttiva ove l'aspetto sport prevalga su quello arte fino ad annichilirlo.

Anche pensare troppo e troppo praticare una certa attività seppur non-agonistica è deleterio, però. Le fissazioni, di qualunque tipologia siano, rappresentano un vicolo cieco della mente e anch'esse ingenerano stress e malattia. Il bello di una passione finisce quando diventa ossessione, ricordiamocelo.

La reale caratteristica curativa del Jiu Jitsu e di arti consimili è quella di lasciar esprimere la vera natura dell'uomo, di permettergli d'infilarsi in un'attività totalizzante e libera, con pochissimi schemi, e dove il movimento fluisce come acqua dalla fonte. La parte più godibile e produttiva di ogni sessione è sempre il randori o sparring tranquillo, in cui istinto, tecnica e prestazione si fondono in un tutt'uno che ci dà così grande benessere. Avete mai lottato, amici? E' del tutto IMPOSSIBILE mantenere il malumore e i cattivi pensieri soliti quando ci si rotola, è fisiologicamente infattibile dato che si entra in uno stato alterato di coscienza, è una salubre fuga dai rimuginamenti e dalle circonvoluzioni mentali comuni per lasciar emergere un altro noi più vero e onesto, ed è proprio per questo che è così riposante uscire stremati dall'allenamento. Chi lotta da un po' diventa affamato di questo lavacro mentale quotidiano, Jiu Jitsu-dipendente, e finisce per innervosirsi quando non può aggrovigliarsi per più di qualche giorno.

In questo senso l'arte suave è quanto di più lontano si possa immaginare dalla moderna impostazione dello sport: numeri, tabelle, schemi rigidissimi da seguire, centimetri kg e pulsazioni da verificare con svizzera precisione, inflessibile rigore.

Stress amici, stress.

Certo un bellissimo stress, un doveroso impegno, ma faticoso per la nostra povera anima già così fiaccata da tanti pesi. Tanti anzi troppi amatori finiscono per caricarsi in palestra di una mole di lavoro superiore a quello che già subiscono in ufficio o fabbrica, e questo è devastante, altissimamente usurante per queste persone.

Come mai possiamo esprimere noi stessi, esseri nati per vivere liberi e creativi, se al già enorme carico disumanizzante impostoci dalla società contemporanea aggiungiamo quello aggiuntivo dello sport vissuto come se fosse lavoro?

Non facciamo confusione, non è che io levi odi alla pigrizia o al disimpegno, sarei un pessimo bugiardo, visto che mi alleno circa 7-10 volte a settimana. Affermo invece con assoluta certezza che la spirale insidiosa della iperprogrammazione e mega assunzione di impegni è lì davanti al serio amatore, che rischia di imitare il professionista di cui però non dispone dei mezzi (fisici e finanziari).

Troppo spesso incontro sportivi emaciati, bianchi come cadaveri, crettati dalle rughe e sfigurati dalle occhiaie. Non possono stare 10 sec. senza menzionare la scheda settimanale, il nuovo integratore, la curva di potenza in discesa etc etc. Stanno male, sono stressati ma non se ne rendono conto perché "lo sport fa bene". Il critico momento non viene giustamente interpretato e invece si va con il "più è meglio" fino all'inevitabile infortunio o crisi sistemica generale.

Ogni allenatore decente sa che la motivazione e l'esperienza date del gareggiare sono impagabili, ma sa anche che non si può tenere il 'tiro' da gara per molto tempo, pena il bruciare l'atleta, e la gestione dei momenti Off/Pre competizione è infatti uno degli skills più delicati. La costrizione e l'ansia da prestazione, la paranoia e la fatica che sono generate dalla data fatidica sul calendario infatti gravano tantissimo sulla psiche ed è doveroso ricordare la differenza tra chi si allena di mestiere e gli altri.

Per noi lottatori dilettanti lo sport DEVE essere divertimento in primis, una fonte di sollievo dai guai quotidiani e un momento di socialità senza fisime. Sarà un divertimento sudorifero e faticoso, un divertimento fatto di tecnica e di attenzione ai dettagli invece che di sbrago e idiozie da pallonari, ma sempre divertimento è. Meno è spesso meglio di tanto, bisogna tenerselo a mente, e lasciare che degli innocenti impiegati, professionisti e metalmeccanici possano entrare nella liberatoria trans della lotta senza eccessive aspettative da parte dell'allenatore. Per non incorrere nell'eccesso opposto e scadere nella mancanza di competitività, i migliori coach prevedono all'uopo turni agonisti separati, dove chi è nelle condizioni di farlo (ad es. studenti, ereditieri e disoccupati) possa trovare quella necessaria temeperie e fiamma di cui ha bisogno per misurare se stesso con profitto in gara.

Da parte mia mi piace notare che non ho mai visto:
1) un animale selvatico fuori forma
2) un animale selvatico nevrotico

e nemmeno un animale che si stra-stressi nel gioco e nel ruzzare con gli consanguinei!

Loro sanno quando dire basta, l'istinto da una parte e le dure necessità della sopravvivenza dall'altra danno loro la "tabella d'allenamento" corretta. Noi umani invece, che abbiamo perso entrambi, dobbiamo passo passo ritrovare l'Arte per sopravvivere alla mala vita moderna ma senza abusare della medicina, che altrimenti si tramuta in veleno mortale.

Il Jiu Jitsu fatto troppo duro e male è un Jiu Jitsu sbagliato, è un Jiu Jitsu monco del necessario e abbondante del superfluo e che non mantiene le promesse di salute e benessere per tutti. Quanto e come sia il troppo è argomento spinosissimo e impossibile da generalizzare, infatti parliamo dell'arte nell'arte e cioè dell'insegnamento..ma di questo vorrei discutere un'altra volta.



domenica, luglio 17, 2011



STORIA DI MARIO "GAMBADILEGNO",
JITSUKA POCO SPECIALE


Un effetto collaterale del tenere un blog coi commenti aperti, è la profusione di veleno sparso da anonimi cuor di leone che si dilettano nel mettere in mostra la loro cronica, catastrofica mancanza di attributi appesi all'inguine. Un tempo non consentivo i commenti ai post senza essere registrati ma da quando ho aperto è la sagra del mongolo senza-nome.

Questo il 'geniale' commento apposto in calce all'articolino che comunicava il faticoso mio raggiungere la cintura marrone:

"Complimenti Mario, essere marrone predicando e senza aver mai lottato è una gran cosa"


Devo ringraziare questo pavido eunuco, mi ha dato il la per un post autobiografico, che può forse interessare chi segue questa pagina.

Ho cominciato a fare BJJ nel 2003 cioè a 34 anni, troppo troppissimo tardi, all'età in cui di solito la gente smette di picchiarsi coi giovini io ho iniziato a misurare sui tatami. A differenza di ciò che dice il castrato anonimo, ho gareggiato sin da subito nella Submission e anche preso qualche metallo all'Europeo IBJJF, al London Open e poc'altro. In effetti l'ultima mia gara da atleta è stata alla prima edizione del Torino JJ Challenge in cui persi da un forte atleta USA, ma come ho specificato al perdente anonimo, su quella mia gara c'è un articolo del blog dove si linka anche il video youtubbiano (:andate nell'archivio). Per i più curiosi consiglio di controllare il mio curriculum sul sito ufficiale, senza saltare la vecchia pagina delle foto a documentare qualche mio podio (di poco conto).

http://www.team-centurion.com/generic.php?page=insegnanti

http://www.team-centurion.com/generic.php?page=foto

Se io oggi a quasi 43 anni non gareggio più, si potrebbe ipotizzare per semplice pudore, desiderio di evitare figure escrementose agli occhi dei miei colleghi, per pigrizia, cose così. Invece no, amici, la storia è un pochetto differente. Nella infuocata estate in cui conobbi il Jiu Jitsu io ero già un handicappato.

Come ben sanno i miei allievi e il mio insegnante, il sig. Mario Puccioni è portatore di una grave forma di impedimento alla gamba destra, frutto di un incidente di allenamento del 1995. Già all'epoca ero alla ricerca di grappling e mi recai a fare un prova nell'unico stile che conoscessi impiegarne, il Sanda. Deluso e frustrato per non riuscire a proiettarmi, l'istruttore pensò bene di azzopparmi ed entrò con una forbice assassina sulla coscia, ROMPENDOMI DI NETTO L'ARTO. Ricordo con orrore la sensazione di cadere pesantemente al suolo, sentendo la mia gamba piegarsi in due come fosse di gomma sgonfia!

Poi malasanità, cure approssimative, sfortuna, insomma il vostro polemico Mario è oggi 'fortunato' gestore di un'articolazione del tutto criccata:

1) non ho più crociato anteriore
2) non ho nemmeno il collaterale interno, e l'esterno è sfilacciato al 90%
3) i meninschi sono esplosi

ma quel che è peggio è che

4) la cartilagine è devastata e consumata dall'artrosi

rendendo impossibile qualunque operazione.

Mi dissero che non avrei potuto far altro che nuoto, ma io non mi sono arreso e a prezzo di una faticosa applicazione certosina ogni santo giorno alla preparazione specifica ho smentito i gufi (e gli anonimi vigliacchi).

In TEORIA io non dovrei poter assolutamente riuscire a lottare MAI, cosa che invece faccio tutte le sere cari lettori e caro il mio anonimo, anche se un posturologo che di recente mi ha visitato ha considerato inspiegabile che riesca a rotolarmi e aggrovigliarmi come in effetti faccio. Tutte le poche gare che ho fatto da vecchierello le son riuscito a fare a prezzo altissimo, dolori articolari pazzeschi tanto per cominciare. Non lo dico per chissà quale bisogno di commiserazione, era un'ammissione che è venuto il momento di fare a causa del successo di 'sto blog.

Quando iniziai a fare Jiu Jitsu ero già quasi nella categoria Senior anche se il bronzetto all'Europeo è stato negli adulti, sapevo dunque che non sarei mai stato un iradiddio nelle gare ma c'ho provato a far qualchecosina. Purtroppo negli ultimi 2 anni la situazione già schifosa del ginocchio è precipitata.

Il mio scassato rondellone si regge da quando faccio BJJ solo sulla pelle e sulla forza muscolare, senza legamenti né "viti" (i menischi), e ora non ce la fa più. Succede molto di frequente che durante allenamenti o semplici movimenti quotidiani io subisca una dislocazione dell'articolazione che si blocca. In quel momento sembro un soldato ferito dei film di guerra, mi devo trascinare a lato tatami e con pazienza e dolore far rientrare il ginocchio. A parte le bestemmie in 954 lingue non c'è nulla da fare per questo mio handicap, solo sopportare e continuare ad allenarsi. Ho dovuto far buon viso a cattivo ginocchio e adattare profondamente il mio gioco alle mi condizioni di salute, ad es. abusando della guardia anche se sarei passador e lasciandomi quasi completamente lavorare dall'avversario che mi oppone la sua 1/2 guardia, esiziale per la mia povera gambotta.

Chi lotta nei campionati sa che un conto è rotolare con gli allievi, un altro è sviluppare quel volume di lavoro che serve per preparare una competizione. Ebbene, io quei carichi non li reggo più, semplice. Posso sì lotticchiare con discreta frequenza insegnando e ogni poco lanciare un urlo strozzato&avanzare sui gomiti strisciando per far rientrare il benedetto ginocchio, ma quando ho provato a compiere una programmazione seria son finito con le stampelle, cosa che tra l'altro non mi posso assolutamente permettere.

Faccio pesi specifici tutti i giorni, esercizi propriocettivi tutti i giorni, yoga tutti i giorni, seguo un'alimentazione e una supplementazione irreprensibili ogni cavolo di giorno, ed è solo grazie a questa disciplina che riesco ancora a dire la mia sulla materassina; è una dura ma deliziosa routine per chi come me brucia d'amore per l'arte suave, non me ne sto certo lamentando.

Come i lettori di questo blog sanno, iniziai a insegnare perché a Firenze ero solo, non c'era nessuno con cui allenarmi all'epoca. Oggi parecchia acqua è passata sotto i ponti, il BJJ italico è uscito dall'infanzia e produce atleti di caratura europea e internazionale. Parecchi di loro si sono rotolati con il sottoscritto in questi 8 anni, e quindi è loro che bisognerebbe chiedere se ho mai lottato, in effetti, e al mio insegnante che, bontà sua, mi ha concesso la cintura marrone senza il permesso dell'anonimo vigliacco commentatore. I miei allievi e colleghi seri sanno che non mi sono mai fatto vanto di qualità combattive o illustri palameres che NON ho, e c'è pure qualche articolo del blog in cui ho parlato dettagliatamente dei miei ampi limiti. Un difetto che però non ho o almeno non credo di avere è la codardia del disonorevole vile che si nasconde dietro altri o dietro paraventi per diffondere zizzania, e questo fastidioso blogghetto anti-politically correct ne è, vivaddio, la prova provata.

Il Jiu Jitsu che il mio insegnante e i maestri ospiti sono riusciti con la loro abilità trasfondere in me è per mia colpa ben poca cosa, ahimè, non sono campione a nessun livello, io. Sono un appassionato senza l'uso di un ginocchio che cerca di fare il suo meglio. Cerco di aiutare gli altri a godere dei benefici divini di quest'arte e di diffondere informazione -gratuita e libera- sui metodi migliori per stare in forma e inquadrare il fenomeno Arti Marziali senza pregiudizi o condizionamenti ipnotici. Non ho mai rifiutato di lottare con nessuno sulle materassine di mezzo mondo pur essendo in pratica un disabile, solo questo. Per i miei ragazzi voglio essere un coach e un amico, nient'altro.

Ciao scarafaggio anonimo, grazie della tua cattiveria da ominicchio, mi è stata utile.










lunedì, luglio 11, 2011


IL JIU JITSU COME TERAPIA



“La novità, la scoperta é che, quando non potete né farvi piacere, né fuggire, né LOTTARE, vi inibite. Il significato biologico dell’inibizione é: meglio non agire, per non essere distrutti dall’aggressione. Ciò va bene se serve a salvare al momento la vostra pelle, la vostra struttura. Ma se non siete in grado di sottrarvi molto rapidamente, da questo stato di inibizione, di attesa in tensione, allora in quel momento comincia tutta la patologia”.

(H. Laborit, 1970).



Questo post nasce da un'affermazione che ho fatto in uno degli ultimi post, ma anche in passato: il Jiu Jitsu salva le persone.


A più riprese ho parlato della funzione del Jiu Jitsu come arte tradizionale integrale per l'evoluzione della persona e suo miglioramento a 360°, una Via che contiene molti aspetti diversi, uno tra i molti è quello sportivo. Il serio e consapevole applicare di quest'arte richiede ovviamente insegnanti altamente qualificati dal punto di vista umano oltre che tecnico ma pure allievi che abbiano un alto profilo personale per ottenerne i veri e radicati benefici.


Il dizionario ci ricorda che terapia significa aiuto, dal greco teraps cioè aiutante. Chi aiuta chi? Un insegnante di BJJ che si rispetti ha la funzione di permettere all'arte, cioè lasciandola fluire e dandole il largo, di aiutare il praticante. Senza sconfinare nell'analizzare l'auto-terapia che il professor di arte suave così facendo amministra a se stesso, desidero ampliare il discorso sulla funzione coadiuvante che una seria pratica effettua sulle componente tri-articolata dell'individuo (corpo-psiche-spirito).


Negli ultimi anni i miei studi finiscono per incrociarsi sempre tra loro; neuroscienze, arti marziali, filosofia e storia, dietologia etc etc. A ogni passo che compio finisco sempre per inciampare nelle mie stesse scarpe, mi scopro a riscoprirmi di continuo. Mi rendo conto che le mie limitazioni culturali m'impediscono di formulare chissà quali teorie di vasta portata, però nel mio piccolo mi rendo conto di una cosa: l'immane peso della cultura e della moderna complessità sociale ci schiacciano e ci rendono malati. A un certo punto l'equilibrio raggiunto dalla civiltà (quella classica cioè) tra uomo e ambiente, tra genotipo e fenotipo, tra sviluppo della tecnologia e mantenimento della fisica umanità si è rotto, è stato rotto. Oggi noi moderni viviamo semplicemente nella paranoia, lo stile di vita e i dis-valori che ci sono stati imposti ci stanno letteralmente facendo a pezzi, e l'infelicità è praticamente la regola. Siamo bestie così stressate da impazzire nella nostra gabbietta.


Lontani come siamo tenuti dalla nostra vera natura, è ovvio che il depauperamento delle risorse nervose sia diventato pandemico. A ogni falso bisogno imposto segue l'inevitabile frustrazione che ci provoca depressione, un senso di vuoto a cui non sappiamo dare un perché e che ci logora. Il senso della vita e i motivi veri per andare avanti nell'esistenza sono stati cancellati, annullati dal Potere al fine di asservirci tutti per sempre, dato che un animale impaurito e trememondo sarà debole e pavido, lui stesso desideroso della catena che lo soggioga come unico rifugio a cui votarsi.


Come diceva il professor Laborit nel quote, un perenne e assoluto status di inibizione affligge tutti noi. Invischiati nell'impossibilità di scaricare tramite una sana fisica opposizione lo stress, ci ammaliamo pesantemente. Il tri-uomo soffre e piano piano degrada, non c'è verso. L'impossibilità di lottare è patologia, capite? Le cosiddette 'persone normali' annegano nello stress, ci sono immerse sin dalla vita uterina e vanno in pezzi a causa dell'impossibilità di gestire questa cosa, finendo obnubilati dai "rimedi" pro domo sua che il Sistema ha escogitato per canalizzare a fini utili l'immane flusso di dolore: tv, droghe, shopping etc etc. Quello che voglio dire è che la mancanza di metodi per parare il colpo, per spurgare almeno in parte le tossine psichiche li uccide e tra i pochi che fanno qualcosina al riguardo ci siamo noi, lottatori e affini.


Mentre i 'signorini ben educati' cercano un'impossibile senso della vita negli shopping center e nelle telenovelas, i pochi che si aggrovigliano su un tatami, che pigliano a botte un saccone e spostano dei cosi pesanti -attività per le quali siamo geneticamente programmati- hanno una valvola di sfogo che permette la terapia, l'aiuto. Lo stress è qualcosa di fisico e la sua gestione e (parziale) eliminazione è beneficio senza pari, una chiave per la propria interiorità. Come ripeto continuamente, i popoli civili sapevano esattamente che le forze oscure pigiate nel subcosciente devono venir amministrate con cautela, fatte erompere ma senza esplodere, ed è per questo che erano sempre invariabilmente paesi di lottatori (nota: ed è sempre per questo che le arti tradizionaloidi/fossili, aumentando la frustrazione e la castrazione del praticante -che pongono sotto la tutela del guru di turno e allontanano da se stesso e dalla propria coscienza- sono deleterie ai massimi).


La fuga in avanti dell'essere umano ci ha regalato la scrittura, le scienze, il progresso e tante meraviglie ma il suo sviluppo è stato troppo rapido rispetto alla lentissima evoluzione del DNA che prende intere ere, e quindi ci sta sterminando. Aver sepolto il guerriero primordiale sotto una giacca con badge aziendale lo sta trasformando in una specie in via d'estinzione, vittima dell'abuso dell'intelligenza. La particolarissima forma di sub-civiltà narcocapitalistica odierna su base digitale è in un vicolo cieco e si sta suicidando, devastando Gaia. A meno che uomini di buona volontà non recuperino la virtù non ce n'è per nessuno ragazzi, si chiude bottega.


Ritornando al nostro buon vecchio Jiu Jitsu, mi posso ampiamente esporre e definirlo appunto terapia. Giocare alla lotta, sviluppare schemi motori e canalizzare l'aggressività, socializzare in un ambiente sano e non materialistico, imparare a squadrarsi allo specchio formato dal tatami e scoprire i propri demoni, sono attività benefiche ai massimi. Il bisogno ASSOLUTO del nostro DNA di manifestarsi per quello che è, il codice della vita di una creatura nata per essere libera e per vivere in serenità, è una forza che non conosce barriere e i furbi malvagissimi che ci governano come animali domestici lo sanno alla perfezione, avendo in basse a questa realtà creato una gabbia invisibile per la quale non c'è fuga se uno non se ne accorge. Ben poche Vie restano aperte per snebbiare l'occhio interiore a noi ominidi del secolo disneylandiano, ma nessuna in base alla mia esperienza ha la capacità di regalare salute sui 3 livelli al devoto e conscio praticante. Altre scienze tradizionali sono essenziali alla nostra evoluzione, ma se prima non si sradica il mal di vivere e si fertilizza il terreno, è impossibile in questi tempi bui ottenere alcunché salvo rare e confermanti eccezioni, io penso.


Afferrare, grugnire sotto sforzo, sudare e tremare, digrignare i denti e salivare pesante, ruzzolare e schiacciare, sollevare e sgattoaiolare via, insomma lottare e cioè affacciarsi al burrone delle proprie paure e vigliaccherie è una Via alla conoscenza di sé. Non è l'unica, non è la più elevata ma è la prima, la più basica e fondante. Noi siamo nati per esprimere noi stessi nella ricerca della coscienza, e reprimere la nostra vera natura lo rende impossibile. E questo è il più grande crimine. "C'è del marcio nel centro commerciale" direi quotando il M° Shakespeare, colui che nel suo magistrale Amleto descrive in fondo proprio l'individuo alienato dalla sua stessa natura e perciò eternamente insoddisfatto, malato di un dolore che non trova cura.


Io non sono un filosofo da strapazzo, sono solo un lottatore di Jiu Jitsu, ma so quel che dico, amici. La nostra arte salva le persone, gli permette di trovare -almeno parzialmente e a condizione che ci si dedichino con coscienza- un senso di pace costruttivo che il povero principe di Danimarca non conosceva, cioè alla pari del derelitto Giacomo Leopardi di qualche post fa. Può infatti parlare così infatti un fittizio regnante medioevale, ma mai avrebbe potuto Shakesperare mettere con credibilità simili concetti in bocca a un letterario condottiero dell'antichità grecoromana, un Leonida o un Adriano cesare, guerrieri e lottatori infulcrati nella fede nei loro Dèi, e quindi uomini sani e normali, con sani e normali rapporti umani e del tutto salvi da quel malanno moderno dell'uomo sfuggente.


A più riprese, sfidando il senso comune e il riso di certi miei colleghi, mi permetto di usare questo blog come un pulpito. Io conosco le potenzialità di questa nostra arte e mi son prefisso lo scopo di aiutare quante più persone ad aiutare se stesse, ecco quanto. Fate quel che vi pare, e soprattutto non date retta a me che non sono nessuno, ma fatevi soltanto il favore di risalire la china dello stress patologico: venite a lottare insieme a noi.


Finisco come ho iniziato, con una citazione:


"Respingo i principi base della civiltà moderna, specialmente l'importanza dei beni materiali."

Tyler Durden in Fight Club

mercoledì, luglio 06, 2011



UN FINE DI STAGIONE COLORATO DI MARRONE


Ebbene sì, miei grandi e stimati lettori, alla fine (della stagione) arrivò il conto. Il mio riverito insegnante e direttore tecnico nazionale, il bello crinito (...) Federico Tisi, ha avuto il coraggio di promuovermi a cintura marrone nell'occasione del raduno nazionale che s'è tenuto al Mondo Fitness di Roma sabato scorso, presente il superjitsuka galattico docente Lucio"Lagarto"Rodrigues, l'anaconda terribile della Gracie Barra.

Credo un po' maliziosamente che il nostro mestre Tisi abbia voluto onorare più la mia venerabile età che il valore, ma tant'è, lui decide e io obbedisco. Molti anni di lavoro quotidiano e appassionato non hanno certo fatto di me un temibile jitsuka ma certamente devono aver suscitato un qualche forma di apprezzamento nel mio DT il quale ha reputato che il sottoscritto dovesse caricarsi di un onere aggiuntivo.

Eh si, amici, nel BJJ la cintura più alta non rappresenta nessun premio, è un peso da sostenere. Più il colore si avvicina al nero più tutti i grappler che t'incontrano fanno l'impossibile per tentare di sfasciarti un legamento, e questo è risaputo. Avere un grado alto - e marrone lo è abbastanza- significa doverlo difendere con le zanne, ma anche questo fa parte del destino di un lottatore. Cresci di età e di esperienza e più gravosi carichi ti vengono deposti sulla groppa, è normale. Essendo io adesso l'allievo in attività con più anzianità di servizio tra gli istruttori di Federico, so benissimo quali sono i miei limiti. Quello che posso aggiungere è che faccio e sempre farò l'umanamente possibile per superarli.

Il nostro team centuriato adesso consta dunque di un insegnante cintura marrone, moi, e 2 miei allievi in viola, Stefano"Tortello"Dabizzi e Francesco"Taba"Braccini, dico onestamente un board di tutto rispetto per gli aspiranti allievi e per gli amici di passaggio che avessero voglia di razzolarsi sul tatami in allegria con noi. Stiamo preparando molte iniziative sul territorio per aumentare e migliorare l'offerta di autentico Jiu Jitsu stile brasiliano a Firenze e nella Toscana tutta, sempre tendendo ad accrescere la nostra professionalità e abilità tecnica.

Senza nessuna retorica ringrazio il mio vecchio amico e maestro Federico:
senza di te e il tuo lavoro diligente e capace la diffusione dell'arte suave starebbe ancora anni luce indietro qui in colonia italy, mestre mio; ti dobbiamo e devo tutto, e io non scordo: OSS!

giovedì, giugno 30, 2011


IL JIU JITSU E LA RICERCA DEL LIMITE


"Il Jiu Jitsu come Sport da Combattimento ti insegna a vincere,

l'Arte Marziale ti insegna a non perdere"

(M° Federico Tisi)


Come molti di voi sanno, ché gli ho stressato l'anima nel ripeterlo, sono nel settore arti "marziali" da circa 25 anni. Per parecchio tempo mi sono procurato il da vivere come buttafuori, operatore di sicurezza e anche guardia del corpo professionista. Oltre a insegnare BJJ faccio l'arbitro di MMA e per diletto gironzolo tra le palestre di mezzo mondo a curiosare e farmi picchiare.

Passando io la maggior parte della mia giornata tra bilancieri e materassine, ho modo di osservare una varia umanità che si approccia all'esercizio fisico nelle sue mulisfaccettate varianti: dalla zia Pina che vuole perdere la buzzetta al pro di MMA che si prepara per l'UFC.

Per prima cosa bisogna tracciare una netta linea di demarcazione tra marzialisti (non quelli fossili però) e gli altri, di qualunque genere, compresi gli atleti cyborg di sport durissimi tipo Rugby o Triathlon. Per quanto quest'ultimi spesso siano più e meglio allenati dei combattenti, non c'è proprio da far paragoni, son cose diverse. Anche il più duro e ammirevole mediano di mischia del mondo si allena con uno spirito differente da un qualsiasi pugile o jitsuka, perlomeno parlando di amatori, che il professionismo appiana tutto&tutti.

La differenza sta nell'intento che anima il serio praticante di entrambi gli 'schieramenti' e di quell' energia divina che gli giunge se vita la sua profonda adesione alla mentalità sportiva tout court e invece si rivolge alla Via di Marte. I giapponesi dicono che un vero lottatore non lo distingui dalla tecnica o dalla prestanza bensì dal kokoro, dal suo cuore. Una diversa e ben più profonda motivazione seleziona individui diversi che sulla strada ottengono una profondissima, radicale riorganizzazione in meglio della psiche e dello spirito prima che del corpo. A obiettivi diversi fini diversi e risultati diversi, è matematico.

Allenarsi per combattere non è un gioco come il Rugby, sport meraviglioso e altamente educativo nonché pregno di fair play. L'arte di Marte è UN'ALTRA COSA, attiene a diverse categorie dell'anima, e non è razzismo ma chiarezza. Non si 'gioca' alla lotta. Attivare certe capacità latenti dell'essere umano è lo scopo delle nostre discipline, la cui applicazione sportiva benché essenziale è strumentale a ciò, è un test, una prova pratica di abilità acquisite altrove e non il fine in sé.

In ogni uomo e financo ogni creatura vivente esiste una modalità di combattimento, essa è consustanziale alla vita stessa che è affermazione del più forte e abile a sopravvivere. Scavare nei meandri della distorsione creata dalla finta-civiltà moderna e scrostare dalle incrostazioni di secoli di martellante assoggettamento psichico, permette al serio e dedicato praticante di andare a vedere il bluff, di lavare i panni nell'Arno della verità e far almeno un po' luce su tutta quella immensa mole di cazzate che ciascuno di noi si auto-racconta nel delirio di false personalità affollate nella nostra testolina. L'arte funzionale o arte veramente marziale, quella dove si combatte e quindi si incontra se stessi sul quadrato, è niente popò di meno che un sofisticato strumento derivato da antiche civiltà per la gestione e miglioramento integrale della persona, e suo inserimento positivo all'interno del corpo sociale.

Il Jiu Jitsu - e anche le arti sorelle- salva le persone. Io ho visto centinaia di volte questo miracolo accadere sotto i miei occhi.

Questa incredibile ed essenziale scienza del miglioramento umano è ovviamente avversata in tutte le maniere dal Potere. Ogni occasione è buona per i cani da guardia dei massemedia pur d'insozzare e dileggiare certe attività, che sanno essere MOLTO invise al loro Padrone. Noi lottatori disillusi lo sappiamo benissimo e avanziamo tra le mille trappole che il Regime ci mette in mezzo pur di portare avanti la nostra visione del mondo e dell'attività sportiva. Per me e per altri insegnanti di Jiu Jitsu esso certo NON è uno sport ma un'arte a tutto tondo, l'ho ripetuto e chiarito. E' un arte nobile e virile, presso la quale il confronto è parte essenziale della sua natura di via luminosa all'ampliamento della coscienza (NB: l'opposto delle arti fossili che sono ahrimaniche e quindi oscurantiste).

E' bene essere chiari: fare un pochino di rolling ogni tanto non che renda er Myamoto Musashi de li poveri, e nemmeno l'aver collezionato cinturine colorate con maestri passabili. NON E' questo, no! La differenza sta lì dentro la cassa toracica, in quella pompa sanguigna che ti tiene vivo, e in quelle appendici ghiandolari strette nello scroto. Lo strumento è divino, ok, ma poi sta a te, ciccio, usarlo a fini evolutivi oppure solo per passare il tempo o gonfiare a dismisura il tuo ego orizzontale. Così come si potrebbe utilizzare l'Eneide come carta da camino, è possibile depauperare un'arte celestiale e benefica a fini terrestri o peggio subterranei, non è colpa della disciplina ma del suo pessimo praticante o magari peggio.

Ribadiamolo come da mio sito:

Il Brazilian Jiu-Jitsu va visto come un validissimo strumento di evoluzione personale.:


1) una disciplina divertente, tramite la quale socializzare in un ambiente sano e amichevole
2) un metodo di cultura del corpo, con il quale ottenere una perfetta forma fisica senza noia
3) uno sport agonistico accessibile a tutti, dove si gareggia a
contatto pieno ma senza colpi in faccia
4) un metodo che insegna delle basi utili nella difesa personale
5) una base imprescindibile per le MMA
6) un'Arte a tutto tondo- intesa a sviluppare la persona umana in tutte le sue parti costitutive: cervello, carattere, fisico e Spirito

7) una Via per la ricerca di sé e per l'ampliamento della propria coscienza

Con tutto il rispetto per serie discipline sportive, questa è un'altra cosa rispetto alla pallanuoto o alla corsa campestre, proviene da un altro cielo e ha fini completamente diversi. Insegna una fortitudo animi che gli sport NON possono dare per il semplice fatto che ciò non interessa loro. L'arte marziale funzionale ci insegna il nostro limite, senza il quale è impossibile andare oltre.







martedì, giugno 21, 2011


TAP OR SNAP: IL JIU JITSU E' FINALIZZARE



Una caratteristica del nostro amato Jiu Jitsu funzionale (o brasiliano che dir si voglia) abbastanza unica tra le consorelle lotte corpo a corpo, è la tremenda enfasi data all'effettiva chiusura dello scontro tramite un presa disabilitante, leva articolare o strangolamento per la stragranparte dei casi.

Mentre tutte le lotte folk la Lotta Olimpica, il Judo, il Sambo (in percentuale decrescente dal 100%) vedono la maggioranza assoluta dei match decisi da chi possieda il miglior gioco di proiezioni da in piedi, nel Jiu Jitsu sappiamo che un'enorme numero di scontri è deciso da chi infila la sottomissione vincente. Sull'importanza strategica di ciò nel formare un combattente di valore ho già discettato qui sul blog, sia in termini di "difesa personale" sia MMA et similia, vi rimando agli archivi. In relazione a questa decisiva impostazione metodologica, voglio oggi riflettere a voce alta su come le moderne esigenze agonistiche -in special modo del cage fighiting- stiano tagliando un po' le gambe ai 'finalizzatori', con il rischio di deturpare e compromettere il bacino tecnico medio.

Andiamo un po' indietro nel tempo, agli USA dell'epopea del West, all'epoca d'oro del Catch Wrestling (l'antenato da cui origina la Lotta Stile Libero). Questa eccellente lotta, lo dice il nome, era basata su ogni genere di presa sul corpo dell'avversario, e le finalizzazioni erano dominanti. Successe però che come i Vale Tudo brasiliani le lotte o sfide durassero decine di interminabili minuti al suolo, annoiando gli spettatori e convincendo organizzatori senza scrupoli a truccare gli scontri sempre più, fino alla creazione dello Show Wrestling teatrale oggi purtroppo di moda. Con inconsistenti argomentazioni di "sicurezza" e "bellezza" le finalizzazioni sparirono e rimasero solo i takedown per arrivare nello sport amatoriale alla moderna forma di Wrestling.

Simili motivazioni sulla spettacolarità, seppur di ben diverso tenore, spinsero il fondatore del Judo, Jigoro Kano, a minimizzare l'importanza del Ne Waza, la lotta al suolo che egli personalmente non amava né conosceva molto e che fece insegnare a suon di sghei pesanti presso la sua accademia Kodokan dal maestro Tanabe, il jitsuka 'nonno' del BJJ [nb:vedi articoli in cui ho ricostruito le origini di entrambe le arti] dopo i plurimi cappotti rimediato dai 'finalizzatori' della Fusen Ryu. Con l'incorporazione della suddetta scuola il Judo si stava trasformando in una scuola di combattimento basato sul ne waza e Kano dovette imporre limitazioni al suo utilizzo via via più stringenti, degenerate ai giorni nostri fino al punto di trasformare il moderno Judo olimpico in una Greco-Romana in kimono.

Fatto sta che la storia si ripete.

Nelle MMA professionali, cioè americane, la lotta al suolo non è gradita, il pubblico di bifolchi non la capisce, vuole le legnate e pertanto anche veri e propri specialisti la usano col misurino per non giocarsi la carriera. Siccome le MMA, che piaccia o meno, sono la Formula Uno del combattimento odierno, tutto il movimento ne viene influenzato. Il ragazzino che si vede l'UFC giustamente giudica con quel metro lì, e ricercherà determinate prestazioni e scuole che gliele possono far conseguire.

Come ho spiegato, l'inevitabile introduzione di guantini, categorie di peso e limiti di tempo ha reso il Wrestling la più importante modalità del contemporaneo paniere del buon artista marziale misto, con in aggiunta le esigenze televisive finendo per allontanare il cage fighting dal mondo delle sottomissioni. Se personaggi abili e senza scrupoli come Dana White continueranno a comandare a bacchetta il mondo delle MMA, la trasformazione di esse in Lotta/Boxe sarà assicurata, con grave perdita per TUTTI.

La mia (tenue) speranza è che i boss del mondo dell'arte suave si rendano conto di questo esiziale rischio, e che si facciano promotori di un livello Semi-PRO di BJJ, una lega o qualcosa del genere riservata a superfight con per invito con borse in denaro, duranti i quali non siano assegnati punti e si lotti senza orologio, dando la vittoria unicamente a chi faccia arrendere l'avversario. Tempo fa se n'era effettivamente sentito parlare, poi più nulla. E' mia opinione, ma anche di mega campioni come Cobrinha, che il vero senso del Jiu Jitsu stia nel vincere in maniera indiscutibile, tramite una submission. Se al momento non c' è trippa per la semi-pro, mi permetto modestamente di suggerire, in modo un po' ingenuo forse, che al limite le sole finali dei vari tornei di rilevanza mondiale (Brasileiro, Europeo, Panamericano, Asiatico, Mundial) potrebbero essere disputate col "tap or snap".

Ho tanta paura che il nostro Jiu Jitsu finisca come le altre lotte più famose, levando qui e vietando là, ecco perché ci tengo tanto a questo argomento. Il realismo e la continua ricerca dell'efficacia ha reso il Jiu Jitsu il fenomeno di portata mondiale che è oggi, ma è a rischio. In prospettiva a lungo termine si potrebbe involvere in un simil-Judo o qualcosa del genere, e io non ci tengo proprio.


mercoledì, giugno 08, 2011


***SONDAGGIONE***

IL MIO ANTI-MATCH DI SEMPRE:
IL CASINARO vs IL CONTE INGLESE


Nemmeno Joe Silva m'avesse letto nella mente, cavoli! Il signore che decide chi combatte chi all'UFC è riuscito nell'incastro storico: mettere uno contro l'altro nella gabbia i due personaggi più da me detestati in assoluto:

Jason"Mayhem"Miller
e
Michael"The Count"Bisping

Non sono il solo a pensarla così,a quanto pare. I due odiosi individui sono stati scelti per allenare le squadre al TUF e pertanto sfidarsi one-on-one proprio per questa 'caratura' mediatica rimediata con l'affermarsi quali spocchiosi antipatici sopra tutti. A Bisping, detto "il raccomandato" o il bifolco, stanno dando la caccia fighters di 5 continenti: uno dello Strikeforce si è detto disposto a combattere gratis pur di levarsi la soddisfazione di menargli.

Che dire, è durissima scegliere contro chi tifare di più. L'unica vittoria sarebbe che si mettessero KO l'un con l'altro all'unisono, ma è un'eventualità più rara di un politico onesto, quindi resto perplesso.


Chiedo aiuto a voi lettori:

siete pregati di scrivere la vostra preferenza
e alla fine si anti-tiferà assieme.

Prego notificare nei commenti chi sia
il peggiore tra i 2 sboroni per voi, grazie!

sabato, giugno 04, 2011


CONDIZIONAMENTO SPECIFICO PER COMBATTENTI
A COSTO ZERO


Nel corso dei mesi e anni ho pubblicato una serie di risorse video e scritte intese allo scopo di fornire ai fruitori del blog degli strumenti per ispirar loro un serio conditioning finalizzato alle arti da combattimento. Circuiti, core training, allenamenti intervallati, pesistica di base e molto altro li ho messi allo scopo di interessare il lettore, pensando cioè che poi, ingolosito dallo stimolo, si rivolga a un serio preparatore professionista specializzato negli SdC.

Il fatto è che mi arrivano molte email di gente che sta in culo ai lupi, che non sa dove andare a cercare un vero coach, che non ha soprattutto i mezzi economici. Ribadito il concetto che una preparazione del tutto amatoriale è una preparazione da maiale, vi fornisco lo stesso metodiche a costo nullo per chi sia alle primissime armi.

I buoni vecchi scatti in salita fanno per voi, popolo del blog. Una volta che siate un minimo condizionati le gambette con ginnastica e jogging (almeno 1 mese serio alle spalle), ecco che si apre lo scenario delle pettate sulla china. Non si spende e si ottiene molto. Qui basta la voglia di sudare, che però è merce assai rara ...

Vi passo il seguente protocollo, molto esaustivo dell'argomento, preso da my-personaltrainer.it :

CORSA IN SALITA: SVILUPPO DELLA FORZA RESISTENTE E RECLUTAMENTO DELLE FIBRE VELOCI, INCREMENTO DELLAFORZA ESPLOSIVA E DELLA POTENZA MECCANICA, ALLENAMENTO DELLE COMPONENTI AEROBICHE CENTRALI


La corsa in salita viene eseguita su distanze comprese fra i 30 e i 70 metri, con impegno pressoché massimale. I tempi di recupero devono essere tali da consentire alla F.c. di scendere attorno ai 120 batt/min. La pendenza deve essere di 10-15%. Nelle salite "brevi" vengono proposte distanze di 30 metri su pendenze superiori (20%).


Sprint brevi


Funzioni: raggiungere frequenze cardiache massimali, incrementare la forza resistente ed il reclutamento delle fibre veloci. Gli sprint in salita consentono di allenare anche le cosiddette "componenti aerobiche centrali", cioè la capacità del cuore di far arrivare più sangue ai muscoli attivi per ogni minuto.
Numero di ripetizioni: da 4 a 7; tempi di recupero con F.c. attorno ai 120 batt/min.
Numero serie: 2-3; l'intervallo tra le serie dovrebbe riportare la F.c. a 100 batt/min o anche inferiori.


Lunghezze di 60 - 70 metri e pendenza attorno del 12-14 %


Funzioni: incremento dei livelli di forza esplosiva, pur potendo realizzare anche un notevole volume di lavoro di resistenza.

Conclusioni


L'allenamento in salita ha una durata media di 60-75 minuti, comprensivi di riscaldamento, stretching e lavori di mobilità articolare iniziali.


Solitamente è così composto:
Riscaldamento (corsa lenta) 10-15'
Stretching e mobilità articolare 15'
Andature per la corsa (skip, corsa calciata, etc...)
Balzi e stacchi (balzi alternati, successivi, passo e stacco...)
Sprint in salita
Trasformazione (corsa in leggera discesa )


Naturalmente è l'idea che conta: se uno c'ha la sfiga di stare in una località piatta come il petto di una femmina cessa ma c' ha due soldini per la palestra, ecco che ci si può rivolgere anche agli scatti sul tappetto. Qui una versione video con protocollo Tabata.




Com'è ovvio, avviene poi che le varie metodiche subiscono un meticciato. Nel prossimo video c'è la fusione degli sprint in salita con il circuito (piccoli attrezzi/corpo libero). Solito discorso: chi vive in Centrafrica o sta nascosto dalla Polizia nei boschi goda dell'imput tecnico così, a sé solo, ma gli altri si sforzino di trasformarlo in qualcosa di serio.