giovedì, settembre 15, 2011




IL JIU JITSU E IL SUO LIGNAGGIO


A molti la famiglia Gracie sta proprio sull'anima.

In effetti questi boa costrictor carioca ben poco han fatto per rendersi simpatici. Son boriosi quasi tutti e se la tirano anche. Sì sono forti, sì hanno fatto la storia delle arti marziali, sì hanno creato le moderne MMA e va bene, si dice, però un poco di umiltà ci sembra che sarebbe necessaria. Inoltre aggiungiamoci l'antipatia che i vincenti sempre s'attirano e abbiamo fatto il quadro.

I gusti son gusti, ma quello che sfugge ai più è il contesto culturale in cui certe manifestazioni ed esternazioni debbono essere inquadrate. Il Brasile dell'epoca in cui il DNA del BJJ si sedimentò era molto diverso dallo sfigato Occidente contemporaneo. Era un paese ancora attaccato alla morale di tipo coloniale, quella dove un uomo deve fare il macho (duro coi maschi e cavaliere con le femmine), dove la parola è un contratto e dove il coraggio è stimato. Quindi tutto il contrario dei nostri amari tempi.

Sia quel che sia, la propaganda e i metodi in cui i fratellini Gracie si affermarono nel grande paese sudamericano erano adeguati al contesto, e se a molti dei nostri contemporanei appaiono soltanto roboanti e gradassi, è perché la lettura è sbagliata.

Interpretare l'ardire come arroganza, la coesione familiare come settarismo, la difesa del proprio maestro come esclusivismo e così via è abbastanza comune a queste condizioni ma è ingiusto. La colpa è di chi non studia, non si documenta, non viaggia, non impara le lingue straniere, e con la sua 3a elementare risicata pensa di saper leggere in culture lontanissime nel tempo e nello spazio. Internet dà voce a chiunque, si sa.

Io per parte mia ho impiegato 20 anni di studi personali per levarmi di dosso il condizionamento mentale impostomi da scuola e tv di regime, quella manipolazione che la società delle multinazionali ha imposto ai popoli per farne consumatori anonimi: il rispetto delle tradizioni, il culto delle proprie radici. Ora so chi sono perché so da dove vengo, e arrivando a ciò ho appreso a riverire con massima cura anche le tradizioni altrui.

La famigliola jitsuka originale rappresenta un affascinante melange di sangue scozzese, cultura ibero-coloniale e afflato samurai. Questi defunti maestri che ci guardano ora dal Valhalla, hanno a ogni piè sospinto difeso con artigli e zanne la loro tradizione combattentistica e famigliare, e questo lascito è -insieme alla meravigliosa et efficacissima sintesi marziale- il loro regalo più prezioso.

Io ripeto come un disco rotto a chi ha la pazienza di ascoltarmi che il Jiu Jitsu è molto di più che un mero sport, è un'arte evolutiva della persona umana integrale. Imparare a sentirsi parte di un lignaggio è fondamentale. Nel coltivare se stesso a tutti i livelli, il lottatore impara anche a fuoriuscire da quell'isolamento animico che ci ha imposto la globalizzazione, e a reimpossessarsi del collegamento col proprio gruppo d'elezione (cioè scelto e non genetico).

"Nell'idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l'essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l'essere della stessa idea è quel che oggi conta."
(Julius Evola)

Ogni volta che un anello si unisce a un altro la catena si rafforza; la sensazione di essere membro di qualcosa di grande e valoroso, che attraversa i secoli e che aiuta le generazioni nelle ère, è un potente strumento per chi ne sia cosciente e l'adoperi. Sapersi parte di un gruppo, e portatori nel nostro piccolo di una scienza sacra, è formidabile.

Un vero artista è innamorato della sua Musa, sviluppa un'intensità psichica rispetto alla sua arte che è del tutto sconosciuta allo sportivucolo da diporto. Come diventare veri amanti di un ente se non lo si conosce e lo si rispetta anche nella sua storia? Riconoscendo le proprie radici artistiche si riscopre un lato poderoso di noi stessi, ricordiamocelo.

A me piace pensare di essere quell'anello, quel pezzettino di acciaio che da solo sarebbe misero e inutile, ma che unito a milioni di suoi omologhi crea una forza incredibile. Pertanto invito i miei colleghi e lettori a ripensare la loro pratica e aggiungere anche questo feeling. Nel tempo, con la presenza mentale costante a ciò, i risultati saranno sbalorditivi.

"La tradizione non [...] può venir acquistata in eredità; e se la volete possedere, dovete conquistarla con grande fatica." 
(Thomas Stearns Eliot)


venerdì, settembre 09, 2011



E IL GRAPPLER MISE KO LO STRIKER


Molte delle mie elucubrazioni prendono spunto da conversazioni tenute con persone amiche, gente del giro del Jiu Jitsu e delle MMA.

Proprio ieri sera si commentava con uno dei miei istruttori, Stefano"Tortello"Dabizzi, alcune delle sue recenti esperienze di allenamenti di MMA nell'Est Europa. Il pistoiese era un po' stupito di come certi agonisti da lui incontrati gli rendessero molto più agile il prendere loro la schiena che la maggior parte delle bianche di BJJ. Oh, una considerazione di una certa ovvietà, mi direte voi: se ci sono i colpi le cosine cambiano.

Eh...ovvio fino a un certo punto, vossignori!

Voi che siete edotti e seguite di fino le MMA sì che lo sapete, ma guardate che là fuori nel vasto mondo tutti gli esperti di percussioni sono convinti del contrario, che si dai, va bene la lotta, ma che alla fine ci piglierebbero a papagni nel muso e che portarli a terra, a loro, sarebbe diciamo quasi impossibile. Io fui striker e lo so come si ragiona "fuori", e inoltre giro le palestre da anni e questa teoria del "lo sprawl manco so dove sta di casa ma ti tengo lontano coi calci e pugni" devo smontarla quasi a ogni dimostrazione.

Quando il nandrocubo Randleman incontrò Cro Cop all'interno del celeberrimo ring del Pride, quanti di noi avrebbero scommesso su un Ko messo a segno dal liberista afroamericano? Nessuno vero? Tantomeno il croato arrogante, credetemi. 

Poi vai a guardare un po' di statistiche e noti che di episodi del genere ce ne sono molti, vuoi per la necessità dei grappler di tirare sempre più in piedi forzati dallo showbusiness, vuoi per la grande forza esplosiva canalizzabile dai lottatori (specie nelle tecniche circolari) a causa della loro spaventosa ppreparazione fisica in specie nel core, come m'insegna il maestro Stefano"Raspa"Raspadori; vuoi quel che vuoi: succede spesso anzi che no.

Il caso opposto è davvero iper-raro, di abili sottomissioni messe a segno da striker con blasonato pedigree su esperti grappler non me ne vengono in mente, black out al momento. Ce ne saranno sicuramente ma ora non me ne salta alla memoria nessuna.

Qual'è il punto? 

Fatto sta che ridendo e scherzando gli atleti di provenienza dal Wrestling e dal Brazilian Jiu Jitsu si levano abbastanza spesso la soddisfazione di ammaccare temuti kickboxer e simili. E' mia opinione (certo mica solo mia) che la paura di essere trascinati al suolo rende incerti sulle gambe e poco efficaci nei colpi anche cecchini di chiara fama, e viceversa. L'improntitudine regalata dalla sicurezza nel proprio superiore tenere il ring emancipa i lottatori e gli regala sprazzi di gloria davvero insperati a priori.

Anche al sottoscritto è capitato di fare un po' di sparring misto e di aver bene stampato in mente che è agevole proiettare a ripetizione lo striker puro e vederlo inibirsi per il resto dell'esercitazione, timorosissimo di una strategia a cui non sa opporre nulla, mentre anche il mio modesto arsenale in piedi da ex amatore scarso è sufficiente a darmi il LA per chiudere la distanza e mettermi in sicurezza.

Ben diversa è la musica che suona quando s'incontra un sarcigno greco romanista o judoka vecchia scuola etc, uno che per proiettarlo si fa notte. Quel tipo di avversario, anche se magari alle prime armi con i colpi, è un mal di testa ambulante e spesso t'infila tante castagne da fartela venire fisicamente l'emicrania. La risorsa dello stanco jitsuka allora diventa il "chiamare guardia", il trascinare l'opponente dove noi siamo avvantaggiati, ma farlo nun è 'na passeggiata de salute, le botte si rimediano eccome. 

Ritorna fuori la mia (ma non solo mia) teoria che l'essere umano sia un grappler naturale, che l'afferrare, proiettare e poi sconfiggere il nemico al suolo sia iscritto nel suo DNA come patrimonio combattivo della specie Homo Sapiens, e che -per restare in ambito sportivo- la miniera più redditizia nel produrre gemme di campioni intermodali sarà sempre nelle due specialità della Lotta Olimpica e del BJJ.

Inoltre lottare è divertente e fa godere parecchio. A mio (ma non solo mio) modo di vedere, di questi tempi ogni seria associazione di SdC dovrebbe introdurre i suoi atleti alla lotta in piedi e di sottomissione, anche quelli che non sono interessati alle MMA. Lottare fa bene, e fa crescere interiormente ogni appassionato di combattimento.



domenica, settembre 04, 2011


STAGIONE 2011-2012 CENTURION:
NON C'E' TRE SENZA 4


Un post classico della categoria informativa è quello settembrino che segnala il fuoco alle polveri dell'annata in arrivo. Alle tradizioni bisogna restare attaccati, ed eccolo riproposto anche oggi.

Tutte le nostre tre sedi storiche sono operative con regolari corsi di Jiu Jitsu stile brasiliano:

1) Firenze(Novoli) con Mario Puccioni
2) Pistoia con Stefano Dabizzi
3) Pontassieve -e corso bambini a Fiesole- con Francesco Braccini

IV e ultima zona dell'Etruria in ordine di tempo che entra sotto controllo centuriato (in attesa di reclutare un comandante adatto per rioccupare Prato) è Figline Valdarno. Qui inizia il suo percorso di insegnamento il valoroso alleato dell'Impero, al secolo Antonio Piccardi. Antonio, si badi, non è un mio allievo bensì è allievo del mio insegnante, Federico Tisi, sotto le cui cure il prode valdarnese si è addestrato et distinto per anni in quel della Tribe di Roma.

Rientrato a vivere sul suolo natìo, il commilitone ci è venuto a cercare, ha scelto di condividere materassina e logiche nostre interne, e perciò si è unito alla legione e oggi comincia a diffondere il verbo jitsuistico presso la celebre palestra Olympian's.

Tutte le sedi del nostro Centurion team condividono la stessa filosofia d'allenamento e soprattutto la stessa etica del lavoro, posizionando molto in alto (cioè quanto più ci riesca) l'asta dell'impegno personale da parte del collegio docente. E' nostra precisa intenzione e scelta impegnarsi a migliorare ogni giorno, espandendo la competenza tecnica e soprattutto offrendo ai nostri affiliati un Jiu Jitsu che sia arte, sport e lifestyle, inteso a migliorare la qualità della vita di chi pratica.

Come al solito ribadiamo la nostra apertura mentale, il desiderio di condividere l'esperienza, e invitiamo tutti -lottatori o meno- a venirci a trovare per conoscerci in amicizia.

In bocca al lupo all'ottimo Antonio e via alle danze, si lotta!

martedì, agosto 30, 2011


L' UFC BRASILIANO VISTO DA VICINO


In esclusiva per i lettori il report sull'evento carioca dal nostro corrispondente, Frank Merenda


Si può essere così coglioni da stare a Rio De Janeiro il giorno 27 di Agosto 2011 e non andarsi a vedere l’UFC dal vivo?
Il sottoscritto ci è riuscito, dovendosi limitare ad assistere in diretta televisiva come tutti coloro che non hanno fatto parte dei 14.000 fortunati possessori di un biglietto.

Se questo è stato un frangente sfortunato, mi ha permesso però di percepire altre cose, che all’interno dell’arena non avrei potuto percepire.

Da qui nasce quindi il senso del mio reportage per condividere con voi ciò che ho vissuto permanendo a Rio durante l’UFC e guardando l’evento con gli occhi della gente del luogo.

Innanzitutto vi è da precisare che ho tentato di comprare il biglietto. Sapete come è andata? Sono andati esauriti 12 minuti e 45 secondi dopo l’apertura degli acquisti sul sito UFC. 12 minuti e 45 secondi di tempo, con i server iper-intasati e la mia connessione carioca che non era proprio il massimo.
Risultato? Time over, biglietti finiti.

Non ho nemmeno provato ad aggirarmi all’esterno dell’arena alla ricerca di un bagarino, un po’ perché Rio non è Biella e se ti rifilano una sòla poi vai tu a protestare. Un po’ perché anche alla fine della preliminary card, i bagarini continuavano a dare via biglietti a prezzi da capogiro da come mi hanno riportato amici che invece hanno fatto l’estremo tentativo (per poi mollare il colpo ovviamente).

Già questo dato, da solo dovrebbe essere sufficiente per far capire cosa sia significato questo evento a Rio De Janeiro, ma andiamo con ordine.

Già una decina di giorni prima dell’incontro, nelle televisioni nazionali (equivalenti alle nostre Rai e Mediaset), erano frequentissime le interviste ai campioni brasiliani. Non sto parlando di trasmissioni di settore o di nicchia.

Provate ad immaginare come se il nostro Alessio Sakara, prima di un suo incontro all’UFC fosse costantemente intervistato in trasmissioni come talk show ad alto share. Io sono ormai sei anni che non posseggo più un televisore, ma immagino che abbiate capito il senso.

Fosse solo questo sarebbe il meno. In queste trasmissioni equivalenti al nostro “Unomattina”, normalmente senza la presenza di nessun “esperto del settore”, questi lottatori invece che essere trattati con sufficienza o accondiscendenza dallo stordito presentatore di turno, sono stati sempre accolti col rango che spetta loro. Quello di EROI nazionali.

Immaginate che durante “Amici” della De Filippi, ad un certo punto parta la sua musica-intro ed entri applaudito con standing ovation e grida isteriche da tutto il pubblico il nostro Alessio nazionale. Succederà mai da noi? Ne dubito fortemente. E’ successo in Brasile? Più volte al giorno, tutti i giorni immediatamente prima dell’evento.

Ora immaginate i volti ed i fisici scolpiti dalla pratica di ciò che è espressione del dio Marte, presenti in ogni edicola all’angolo delle strade, NON nelle riviste sportive bensì sui settimanali equivalenti al nostro “Espresso” o “Panorama”.

Titoli come “I nostri eroi tornano a casa”, “Minotauro vincerà per il suo popolo” o “Tutto il Brasile per i suoi lottatori” sono stati all’ordine del giorno.

Veniamo ora al giovedì prima dell’incontro. Mi aggiro per Copacabana per mangiare le solite cose e fare quattro passi (il tempo non era il massimo)… vedo mezza spiaggia bloccata ed un team di persone che stavano finendo di assemblare un mega tatami e recinzione. La folla man mano si accalca.

Dopo un po’, un corteo di macchine scortato dalla polizia federale comincia ad avvicinarsi…e chi scende? In mezzo al totale tripudio della folla, capitanata dal campione Anderson Silva tutta la banda brasiliana si avvia scortata all’area tatamata… non senza stringere quante più mani abbiano potuto e dedicando qualche autografo ogni volta che riuscivano a sgusciare alla loro security per stare vicini ai loro fans.

Uno alla volta, sulla spiaggia di Copacabana, questi eroi contemporanei si sono esibiti nel rituale allenamento all’aperto, per la gioia dei loro fans accorsi in massa per poterli vedere.
Veniamo ora al giorno dell’incontro. Come detto non sono riuscito ad avere il biglietto, quindi ho assistito alla diretta televisiva (qui data gratuitamente su Premiere Combate in modo che potesse essere vista da quante più persone possibile).

Ora, se qualcuno di voi è mai stato a Rio, conosce sicuramente ad Ipanema (dove stavo io) la Rua Visconde de Piraja, che ne rappresente la “camminata centrale”. Se qualcuno non la conosce, gli basti sapere che è l’equivalente della nostra Viale Ceccarini (sigh) per intendersi…con locali, negozi, bar, ristoranti, pub, pizzerie.

Dove pensate che fossero sintonizzati TUTTI i televisori dei locali di Visconde de Piraja e relative traverse? Ma ovviamente sull’UFC! Per capirsi è un evento che da noi può capitare solo nelle fasi finali di un mondiale pallonaro, se siamo noi tra quelli che giocano.

Ora immaginate questa orda umana, tra gente a sedere nei locali e gente in piedi per strada (tanto i locali sono praticamente all’aperto e i televisori si vedevano anche stando sui marciapiedi), tifare come pazzi per i propri beniamini lottatori.

Immaginate ragazze così belle che in Italia farebbero fermare il traffico, tifare come forsennate e piangere come aquile al ritorno alla vittoria di Minotauro. Cazzottone di Mino. Bum! Shaub a terra. L’arbitro interrompe e queste sbottano ad urlare piangendo.

Ora vi è da notare che Minotauro non è certo il più “in” nel mondo dei lottatori brasiliani attuali. Anderson Silva è il campione in carica dei medi e Shogun ad esempio tornerà presto a tirare per il titolo dei LHW… ma non conta.

Seppur amati e stra-adorati, per la gente brasiliana Minotauro è qualcosa in più. Mino è un eroe nazionale, per quello che ha fatto nel ring nel corso degli anni (mentre in Italia come al solito quando vinci vai bene e quando perdi sei un coglione, Sakara suo malgrado ne sa qualcosa), e soprattutto per quello che ha fatto fuori. Per il suo essere generoso, per la sue continue iniziative benefiche a favore dei più sfortunati e soprattutto per non essersi mai tirato indietro.

Dopo tre operazioni chirurgiche gravi, Mino ha accelerato forzando i suoi tempi di recupero, pur di poter lottare davanti ai suoi tifosi. Gli Dei lo hanno benedetto e ripagato, con una vittoria entusiasmante per knock-out alla prima ripresa. Forse non tornerà mai più ad indossare una cintura…ma per la sua gente, per il suo popolo, questo non conta nulla, zero, niente.

Lui per i brasiliani sarà sempre il Minotauro…il Re dei Re.

Ciò detto, come sono andati gli altri incontri lo sapete. Toquinho nella sua prestazione pazza e stellare allo stesso tempo…i tko di Shogun e Anderson Silva che semplicemente è un alieno ecc...
Se avete modo, voglia e tempo, potete cercare su Youtube i filmati che ritraggono il tifo all’interno dell’arena per i beniamini brasiliani. Una cosa completamente differente rispetto alla caciara media degli yankee.

Il senso di questo post in sintesi è mettere in luce queste cose che differenziano il Brasile rispetto all’Italia:

• I lottatori di MMA sono conosciuti e trattati come eroi
• La stampa generalista parla di MMA
• I lottatori di MMA sono ospiti speciali nei programmi televisivi come talk show ecc…
• Le ragazze conoscono ormai le MMA praticamente come gli uomini e tifano parecchio
• La gente è riconoscente verso gli sforzi dei propri campioni

Non so se riusciremo mai a vedere queste cose da noi. Immagino mestamente di no, ma come cantava John Lennon: “You know I’m a dreamer, but I’m not the only one”.

Saluti a tutti e ci si rivede in Italia.
Frank

venerdì, agosto 26, 2011


STORIE DI EROI E DI MEZZUOMINI


Già da anni segnalo con sentimento l'omaccio della foto, l'inarrestabile jitsuka del Brazilian Top Team di nome Rousimar Palhares, altresì noto come Toquinho.

Stasera quel minotauro se la gioca all'UFC Rio, davanti ai suoi fans e nella sua città adottiva: l'esplosivo ragazzo da Minas Gerais ce l'ha fatta.

Nel mentre che la capitale carioca si avvia a godersi lo show, in colonia italy le plebi sono angustiate da un 'problema' senza precedenti: lo sciopero dei pallonari, la Serie A di calcio pare non scenderà in campo. I milionari avanzano pretese e si rifiutano di giocare se non verranno esaudite.

Bene, direte voi, sarà l'occasione buona affinché milioni di poveracci che incensano l'osceno baraccone del calcio si ravvedano. Forse, rispondo io, ma è anche un triste momento di riflessione sull'abisso senza fondo che la psiche collettiva ha toccato da noi. Un momento storico che ci vede strangolati da mondialismo invasivo, crisi economica e demografica senza precedenti e guerre per la pace a ripetizione mostra che sotto i riflettori ancora una volta c'è il vomitevole pallone. L'italietta precipita e di cosa parlano i disoccupati, i cassintegrati e le famiglie sotto il tallone delle banche? Di calcio...

Anche il Brasile è un paese malato di calcio, si sa. Eppure...eppure in quella terra i lottatori sono idoli, girano per le strade a firmare autografi, e questo significa parecchio. A me ciò racconta delle potenti forze di difesa dell'organismo-paese, e di speranza. Una terra che produce e ammira eroi ha certo molto da dire nel mondo.

Cos'abbia da dire la miseranda italietta, la penisola dove i pallonari pagati coi soldi dei contribuenti (sapete quanto costano in manutenzione stadi, stormi di polizia etc. allo stato e al suo CONI far disputare le serie professionistiche di calcio?), che guadagnano in 1 ANNO quello che il povero scemo di tifoso nemmeno in UNA VITA be', io non saprei. Mi urge solo far notare che il Brasile segue con commozione corale la vicenda di Toquinho, il ragazzino che non aveva un pavimento per dormire e cibo da mangiare ma che con la forza del suo spirito e dei suoi pugni ha tratto la madre in salvo dalla miseria, mentre la povera italiuccia perde tempo dietro agli inutili buffoni in mutande che rifiutano di pagare le tasse dovute, questo è un fatto.

Ho sempre specificato che il calcio come gioco innocente di fanciulli è qualcosa di neutro, un po' come palla avvelenata e rubamazzo, è un gioco e stop. Il fenomeno pallonaro invece, l'orrido spettacolo di una nazione all'unisono infervorata per un passatempo da bimbi, delle chiare forme di controllo mentale di massa e del deviare l'attenzione delle plebi su 11 adulti che corrono dietro a una sfera a scacchi, quello è terribile. Non c'è scandalo scommesse che lo scalzi, non c'è morto sulle gradinate che lo abbassi di livello nell'interesse di milioni di decerebrati, il calcio-truffa stradomina, perché i tifosi stessi VOGLIONO essere ingannati, sono parte dell'inganno.

L'Italia che fu, quel faro di civiltà nel mondo, è diventata l'italietta colonia di oggi proprio tramite l'uso sagace di tecniche di questo tipo, non abbiamo più eroi a cui volgere lo sguardo. Il ragazzino ciccione medio italiota, ingozzato di merendine dalla sua mamma castrante cosa sogna, chi ammira? Un pallonaro mongoloide col fisico di un deportato che si vende una partita a settimana e sciala di champagne e movida con le veline troie della tivvù. Sono riusciti a ipnotizzare una nazione intera e farla precipitare nel crepaccio della amoralità dove i padroni arraffano e distruggono il bene collettivo proprio devastando i valori della gioventù e trasformandola in una massa amorfa di alcolizzati cannati dediti alle griffes. Lo schiavo adora il suo persecutore nella figura del di lui giullare, il ridicolo pallonaro al servizio del potente.

I nostri effemminati piagnoni di 18 anni e i loro panzuti padri, infossati nelle poltrone a guardare partite che sanno con certezza di essere truccate mentre ruminano junk food, a inneggiare a ridicoli buffoni miliardari senza coglioni, ebbene 'sti mezzuomini tifosi sono il perfetto risultato di 60 anni di sapiente lavoro sulla mente globale e sulle dinamiche tramite le quali il Potere afferma se stesso. Il Calcio è diretta espressione di tutto ciò che di sporco, malato e odioso c'è nel nostro paese, è al contempo causa ed effetto dei maneggi del Nemico, del suo losco trafficare ai nostri danni. Il Calcio è Mafia, è piscopatologia della massa, è delitto ed è schifo, è attività squallida per un adulto e di cattivo insegnamento per il giovane, il Calcio in fondo è finzione per eccellenza e quindi fa male.

Lo schiavo perfetto sapete qual'è? Quello volontario, felice di servire, che ammira il suo aguzzino e ne applaude l'opera.

Stasera nella gabbia più famosa del mondo un torello di jitsuka mostra ai suoi connazionali e al mondo intero che il coraggio esiste, che l'onestà esiste e che a volte pagano. Toquinho è un professionista, chiaramente è lì per procurarsi la pagnotta, ma la sua vicenda è universale. Come ha detto il mio amico Dario guardando il seguente video: "Questa è la vera Bellezza".




lunedì, luglio 25, 2011


L'INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELLO SPORT


Con la riflessione di oggi torno alla funzione indispensabile dell'arte del Jiu Jitsu quale "spazzino" dell'interiorità nostra, strumento di salute psicofisica.

Carini gli orsetti che giocano, vero?
Come tutti i mammiferi -umani compresi- i cuccioli di plantigrado crescono giocando a lottare tra di loro. Avete avuto altri post in cui ho spiegato l'ineliminabile funzione educativa della 'lotta' per gli esseri umani, e più di recente ne ho affrontato la funzione catartica negli adulti per lo stress introiettato nella vita quotidiana.

Lottare fa bene, lottare è non solo utile ma provvidenziale. Lottare è ANCHE uno sport inteso come attività regolamentata e organizzata a fini agonistici, e anche qui ci siamo: abbiamo spiegato molto assai la relazione costruttiva arte marziale/sport in tanti articoli, e pure quella distruttiva ove l'aspetto sport prevalga su quello arte fino ad annichilirlo.

Anche pensare troppo e troppo praticare una certa attività seppur non-agonistica è deleterio, però. Le fissazioni, di qualunque tipologia siano, rappresentano un vicolo cieco della mente e anch'esse ingenerano stress e malattia. Il bello di una passione finisce quando diventa ossessione, ricordiamocelo.

La reale caratteristica curativa del Jiu Jitsu e di arti consimili è quella di lasciar esprimere la vera natura dell'uomo, di permettergli d'infilarsi in un'attività totalizzante e libera, con pochissimi schemi, e dove il movimento fluisce come acqua dalla fonte. La parte più godibile e produttiva di ogni sessione è sempre il randori o sparring tranquillo, in cui istinto, tecnica e prestazione si fondono in un tutt'uno che ci dà così grande benessere. Avete mai lottato, amici? E' del tutto IMPOSSIBILE mantenere il malumore e i cattivi pensieri soliti quando ci si rotola, è fisiologicamente infattibile dato che si entra in uno stato alterato di coscienza, è una salubre fuga dai rimuginamenti e dalle circonvoluzioni mentali comuni per lasciar emergere un altro noi più vero e onesto, ed è proprio per questo che è così riposante uscire stremati dall'allenamento. Chi lotta da un po' diventa affamato di questo lavacro mentale quotidiano, Jiu Jitsu-dipendente, e finisce per innervosirsi quando non può aggrovigliarsi per più di qualche giorno.

In questo senso l'arte suave è quanto di più lontano si possa immaginare dalla moderna impostazione dello sport: numeri, tabelle, schemi rigidissimi da seguire, centimetri kg e pulsazioni da verificare con svizzera precisione, inflessibile rigore.

Stress amici, stress.

Certo un bellissimo stress, un doveroso impegno, ma faticoso per la nostra povera anima già così fiaccata da tanti pesi. Tanti anzi troppi amatori finiscono per caricarsi in palestra di una mole di lavoro superiore a quello che già subiscono in ufficio o fabbrica, e questo è devastante, altissimamente usurante per queste persone.

Come mai possiamo esprimere noi stessi, esseri nati per vivere liberi e creativi, se al già enorme carico disumanizzante impostoci dalla società contemporanea aggiungiamo quello aggiuntivo dello sport vissuto come se fosse lavoro?

Non facciamo confusione, non è che io levi odi alla pigrizia o al disimpegno, sarei un pessimo bugiardo, visto che mi alleno circa 7-10 volte a settimana. Affermo invece con assoluta certezza che la spirale insidiosa della iperprogrammazione e mega assunzione di impegni è lì davanti al serio amatore, che rischia di imitare il professionista di cui però non dispone dei mezzi (fisici e finanziari).

Troppo spesso incontro sportivi emaciati, bianchi come cadaveri, crettati dalle rughe e sfigurati dalle occhiaie. Non possono stare 10 sec. senza menzionare la scheda settimanale, il nuovo integratore, la curva di potenza in discesa etc etc. Stanno male, sono stressati ma non se ne rendono conto perché "lo sport fa bene". Il critico momento non viene giustamente interpretato e invece si va con il "più è meglio" fino all'inevitabile infortunio o crisi sistemica generale.

Ogni allenatore decente sa che la motivazione e l'esperienza date del gareggiare sono impagabili, ma sa anche che non si può tenere il 'tiro' da gara per molto tempo, pena il bruciare l'atleta, e la gestione dei momenti Off/Pre competizione è infatti uno degli skills più delicati. La costrizione e l'ansia da prestazione, la paranoia e la fatica che sono generate dalla data fatidica sul calendario infatti gravano tantissimo sulla psiche ed è doveroso ricordare la differenza tra chi si allena di mestiere e gli altri.

Per noi lottatori dilettanti lo sport DEVE essere divertimento in primis, una fonte di sollievo dai guai quotidiani e un momento di socialità senza fisime. Sarà un divertimento sudorifero e faticoso, un divertimento fatto di tecnica e di attenzione ai dettagli invece che di sbrago e idiozie da pallonari, ma sempre divertimento è. Meno è spesso meglio di tanto, bisogna tenerselo a mente, e lasciare che degli innocenti impiegati, professionisti e metalmeccanici possano entrare nella liberatoria trans della lotta senza eccessive aspettative da parte dell'allenatore. Per non incorrere nell'eccesso opposto e scadere nella mancanza di competitività, i migliori coach prevedono all'uopo turni agonisti separati, dove chi è nelle condizioni di farlo (ad es. studenti, ereditieri e disoccupati) possa trovare quella necessaria temeperie e fiamma di cui ha bisogno per misurare se stesso con profitto in gara.

Da parte mia mi piace notare che non ho mai visto:
1) un animale selvatico fuori forma
2) un animale selvatico nevrotico

e nemmeno un animale che si stra-stressi nel gioco e nel ruzzare con gli consanguinei!

Loro sanno quando dire basta, l'istinto da una parte e le dure necessità della sopravvivenza dall'altra danno loro la "tabella d'allenamento" corretta. Noi umani invece, che abbiamo perso entrambi, dobbiamo passo passo ritrovare l'Arte per sopravvivere alla mala vita moderna ma senza abusare della medicina, che altrimenti si tramuta in veleno mortale.

Il Jiu Jitsu fatto troppo duro e male è un Jiu Jitsu sbagliato, è un Jiu Jitsu monco del necessario e abbondante del superfluo e che non mantiene le promesse di salute e benessere per tutti. Quanto e come sia il troppo è argomento spinosissimo e impossibile da generalizzare, infatti parliamo dell'arte nell'arte e cioè dell'insegnamento..ma di questo vorrei discutere un'altra volta.



domenica, luglio 17, 2011



STORIA DI MARIO "GAMBADILEGNO",
JITSUKA POCO SPECIALE


Un effetto collaterale del tenere un blog coi commenti aperti, è la profusione di veleno sparso da anonimi cuor di leone che si dilettano nel mettere in mostra la loro cronica, catastrofica mancanza di attributi appesi all'inguine. Un tempo non consentivo i commenti ai post senza essere registrati ma da quando ho aperto è la sagra del mongolo senza-nome.

Questo il 'geniale' commento apposto in calce all'articolino che comunicava il faticoso mio raggiungere la cintura marrone:

"Complimenti Mario, essere marrone predicando e senza aver mai lottato è una gran cosa"


Devo ringraziare questo pavido eunuco, mi ha dato il la per un post autobiografico, che può forse interessare chi segue questa pagina.

Ho cominciato a fare BJJ nel 2003 cioè a 34 anni, troppo troppissimo tardi, all'età in cui di solito la gente smette di picchiarsi coi giovini io ho iniziato a misurare sui tatami. A differenza di ciò che dice il castrato anonimo, ho gareggiato sin da subito nella Submission e anche preso qualche metallo all'Europeo IBJJF, al London Open e poc'altro. In effetti l'ultima mia gara da atleta è stata alla prima edizione del Torino JJ Challenge in cui persi da un forte atleta USA, ma come ho specificato al perdente anonimo, su quella mia gara c'è un articolo del blog dove si linka anche il video youtubbiano (:andate nell'archivio). Per i più curiosi consiglio di controllare il mio curriculum sul sito ufficiale, senza saltare la vecchia pagina delle foto a documentare qualche mio podio (di poco conto).

http://www.team-centurion.com/generic.php?page=insegnanti

http://www.team-centurion.com/generic.php?page=foto

Se io oggi a quasi 43 anni non gareggio più, si potrebbe ipotizzare per semplice pudore, desiderio di evitare figure escrementose agli occhi dei miei colleghi, per pigrizia, cose così. Invece no, amici, la storia è un pochetto differente. Nella infuocata estate in cui conobbi il Jiu Jitsu io ero già un handicappato.

Come ben sanno i miei allievi e il mio insegnante, il sig. Mario Puccioni è portatore di una grave forma di impedimento alla gamba destra, frutto di un incidente di allenamento del 1995. Già all'epoca ero alla ricerca di grappling e mi recai a fare un prova nell'unico stile che conoscessi impiegarne, il Sanda. Deluso e frustrato per non riuscire a proiettarmi, l'istruttore pensò bene di azzopparmi ed entrò con una forbice assassina sulla coscia, ROMPENDOMI DI NETTO L'ARTO. Ricordo con orrore la sensazione di cadere pesantemente al suolo, sentendo la mia gamba piegarsi in due come fosse di gomma sgonfia!

Poi malasanità, cure approssimative, sfortuna, insomma il vostro polemico Mario è oggi 'fortunato' gestore di un'articolazione del tutto criccata:

1) non ho più crociato anteriore
2) non ho nemmeno il collaterale interno, e l'esterno è sfilacciato al 90%
3) i meninschi sono esplosi

ma quel che è peggio è che

4) la cartilagine è devastata e consumata dall'artrosi

rendendo impossibile qualunque operazione.

Mi dissero che non avrei potuto far altro che nuoto, ma io non mi sono arreso e a prezzo di una faticosa applicazione certosina ogni santo giorno alla preparazione specifica ho smentito i gufi (e gli anonimi vigliacchi).

In TEORIA io non dovrei poter assolutamente riuscire a lottare MAI, cosa che invece faccio tutte le sere cari lettori e caro il mio anonimo, anche se un posturologo che di recente mi ha visitato ha considerato inspiegabile che riesca a rotolarmi e aggrovigliarmi come in effetti faccio. Tutte le poche gare che ho fatto da vecchierello le son riuscito a fare a prezzo altissimo, dolori articolari pazzeschi tanto per cominciare. Non lo dico per chissà quale bisogno di commiserazione, era un'ammissione che è venuto il momento di fare a causa del successo di 'sto blog.

Quando iniziai a fare Jiu Jitsu ero già quasi nella categoria Senior anche se il bronzetto all'Europeo è stato negli adulti, sapevo dunque che non sarei mai stato un iradiddio nelle gare ma c'ho provato a far qualchecosina. Purtroppo negli ultimi 2 anni la situazione già schifosa del ginocchio è precipitata.

Il mio scassato rondellone si regge da quando faccio BJJ solo sulla pelle e sulla forza muscolare, senza legamenti né "viti" (i menischi), e ora non ce la fa più. Succede molto di frequente che durante allenamenti o semplici movimenti quotidiani io subisca una dislocazione dell'articolazione che si blocca. In quel momento sembro un soldato ferito dei film di guerra, mi devo trascinare a lato tatami e con pazienza e dolore far rientrare il ginocchio. A parte le bestemmie in 954 lingue non c'è nulla da fare per questo mio handicap, solo sopportare e continuare ad allenarsi. Ho dovuto far buon viso a cattivo ginocchio e adattare profondamente il mio gioco alle mi condizioni di salute, ad es. abusando della guardia anche se sarei passador e lasciandomi quasi completamente lavorare dall'avversario che mi oppone la sua 1/2 guardia, esiziale per la mia povera gambotta.

Chi lotta nei campionati sa che un conto è rotolare con gli allievi, un altro è sviluppare quel volume di lavoro che serve per preparare una competizione. Ebbene, io quei carichi non li reggo più, semplice. Posso sì lotticchiare con discreta frequenza insegnando e ogni poco lanciare un urlo strozzato&avanzare sui gomiti strisciando per far rientrare il benedetto ginocchio, ma quando ho provato a compiere una programmazione seria son finito con le stampelle, cosa che tra l'altro non mi posso assolutamente permettere.

Faccio pesi specifici tutti i giorni, esercizi propriocettivi tutti i giorni, yoga tutti i giorni, seguo un'alimentazione e una supplementazione irreprensibili ogni cavolo di giorno, ed è solo grazie a questa disciplina che riesco ancora a dire la mia sulla materassina; è una dura ma deliziosa routine per chi come me brucia d'amore per l'arte suave, non me ne sto certo lamentando.

Come i lettori di questo blog sanno, iniziai a insegnare perché a Firenze ero solo, non c'era nessuno con cui allenarmi all'epoca. Oggi parecchia acqua è passata sotto i ponti, il BJJ italico è uscito dall'infanzia e produce atleti di caratura europea e internazionale. Parecchi di loro si sono rotolati con il sottoscritto in questi 8 anni, e quindi è loro che bisognerebbe chiedere se ho mai lottato, in effetti, e al mio insegnante che, bontà sua, mi ha concesso la cintura marrone senza il permesso dell'anonimo vigliacco commentatore. I miei allievi e colleghi seri sanno che non mi sono mai fatto vanto di qualità combattive o illustri palameres che NON ho, e c'è pure qualche articolo del blog in cui ho parlato dettagliatamente dei miei ampi limiti. Un difetto che però non ho o almeno non credo di avere è la codardia del disonorevole vile che si nasconde dietro altri o dietro paraventi per diffondere zizzania, e questo fastidioso blogghetto anti-politically correct ne è, vivaddio, la prova provata.

Il Jiu Jitsu che il mio insegnante e i maestri ospiti sono riusciti con la loro abilità trasfondere in me è per mia colpa ben poca cosa, ahimè, non sono campione a nessun livello, io. Sono un appassionato senza l'uso di un ginocchio che cerca di fare il suo meglio. Cerco di aiutare gli altri a godere dei benefici divini di quest'arte e di diffondere informazione -gratuita e libera- sui metodi migliori per stare in forma e inquadrare il fenomeno Arti Marziali senza pregiudizi o condizionamenti ipnotici. Non ho mai rifiutato di lottare con nessuno sulle materassine di mezzo mondo pur essendo in pratica un disabile, solo questo. Per i miei ragazzi voglio essere un coach e un amico, nient'altro.

Ciao scarafaggio anonimo, grazie della tua cattiveria da ominicchio, mi è stata utile.










lunedì, luglio 11, 2011


IL JIU JITSU COME TERAPIA



“La novità, la scoperta é che, quando non potete né farvi piacere, né fuggire, né LOTTARE, vi inibite. Il significato biologico dell’inibizione é: meglio non agire, per non essere distrutti dall’aggressione. Ciò va bene se serve a salvare al momento la vostra pelle, la vostra struttura. Ma se non siete in grado di sottrarvi molto rapidamente, da questo stato di inibizione, di attesa in tensione, allora in quel momento comincia tutta la patologia”.

(H. Laborit, 1970).



Questo post nasce da un'affermazione che ho fatto in uno degli ultimi post, ma anche in passato: il Jiu Jitsu salva le persone.


A più riprese ho parlato della funzione del Jiu Jitsu come arte tradizionale integrale per l'evoluzione della persona e suo miglioramento a 360°, una Via che contiene molti aspetti diversi, uno tra i molti è quello sportivo. Il serio e consapevole applicare di quest'arte richiede ovviamente insegnanti altamente qualificati dal punto di vista umano oltre che tecnico ma pure allievi che abbiano un alto profilo personale per ottenerne i veri e radicati benefici.


Il dizionario ci ricorda che terapia significa aiuto, dal greco teraps cioè aiutante. Chi aiuta chi? Un insegnante di BJJ che si rispetti ha la funzione di permettere all'arte, cioè lasciandola fluire e dandole il largo, di aiutare il praticante. Senza sconfinare nell'analizzare l'auto-terapia che il professor di arte suave così facendo amministra a se stesso, desidero ampliare il discorso sulla funzione coadiuvante che una seria pratica effettua sulle componente tri-articolata dell'individuo (corpo-psiche-spirito).


Negli ultimi anni i miei studi finiscono per incrociarsi sempre tra loro; neuroscienze, arti marziali, filosofia e storia, dietologia etc etc. A ogni passo che compio finisco sempre per inciampare nelle mie stesse scarpe, mi scopro a riscoprirmi di continuo. Mi rendo conto che le mie limitazioni culturali m'impediscono di formulare chissà quali teorie di vasta portata, però nel mio piccolo mi rendo conto di una cosa: l'immane peso della cultura e della moderna complessità sociale ci schiacciano e ci rendono malati. A un certo punto l'equilibrio raggiunto dalla civiltà (quella classica cioè) tra uomo e ambiente, tra genotipo e fenotipo, tra sviluppo della tecnologia e mantenimento della fisica umanità si è rotto, è stato rotto. Oggi noi moderni viviamo semplicemente nella paranoia, lo stile di vita e i dis-valori che ci sono stati imposti ci stanno letteralmente facendo a pezzi, e l'infelicità è praticamente la regola. Siamo bestie così stressate da impazzire nella nostra gabbietta.


Lontani come siamo tenuti dalla nostra vera natura, è ovvio che il depauperamento delle risorse nervose sia diventato pandemico. A ogni falso bisogno imposto segue l'inevitabile frustrazione che ci provoca depressione, un senso di vuoto a cui non sappiamo dare un perché e che ci logora. Il senso della vita e i motivi veri per andare avanti nell'esistenza sono stati cancellati, annullati dal Potere al fine di asservirci tutti per sempre, dato che un animale impaurito e trememondo sarà debole e pavido, lui stesso desideroso della catena che lo soggioga come unico rifugio a cui votarsi.


Come diceva il professor Laborit nel quote, un perenne e assoluto status di inibizione affligge tutti noi. Invischiati nell'impossibilità di scaricare tramite una sana fisica opposizione lo stress, ci ammaliamo pesantemente. Il tri-uomo soffre e piano piano degrada, non c'è verso. L'impossibilità di lottare è patologia, capite? Le cosiddette 'persone normali' annegano nello stress, ci sono immerse sin dalla vita uterina e vanno in pezzi a causa dell'impossibilità di gestire questa cosa, finendo obnubilati dai "rimedi" pro domo sua che il Sistema ha escogitato per canalizzare a fini utili l'immane flusso di dolore: tv, droghe, shopping etc etc. Quello che voglio dire è che la mancanza di metodi per parare il colpo, per spurgare almeno in parte le tossine psichiche li uccide e tra i pochi che fanno qualcosina al riguardo ci siamo noi, lottatori e affini.


Mentre i 'signorini ben educati' cercano un'impossibile senso della vita negli shopping center e nelle telenovelas, i pochi che si aggrovigliano su un tatami, che pigliano a botte un saccone e spostano dei cosi pesanti -attività per le quali siamo geneticamente programmati- hanno una valvola di sfogo che permette la terapia, l'aiuto. Lo stress è qualcosa di fisico e la sua gestione e (parziale) eliminazione è beneficio senza pari, una chiave per la propria interiorità. Come ripeto continuamente, i popoli civili sapevano esattamente che le forze oscure pigiate nel subcosciente devono venir amministrate con cautela, fatte erompere ma senza esplodere, ed è per questo che erano sempre invariabilmente paesi di lottatori (nota: ed è sempre per questo che le arti tradizionaloidi/fossili, aumentando la frustrazione e la castrazione del praticante -che pongono sotto la tutela del guru di turno e allontanano da se stesso e dalla propria coscienza- sono deleterie ai massimi).


La fuga in avanti dell'essere umano ci ha regalato la scrittura, le scienze, il progresso e tante meraviglie ma il suo sviluppo è stato troppo rapido rispetto alla lentissima evoluzione del DNA che prende intere ere, e quindi ci sta sterminando. Aver sepolto il guerriero primordiale sotto una giacca con badge aziendale lo sta trasformando in una specie in via d'estinzione, vittima dell'abuso dell'intelligenza. La particolarissima forma di sub-civiltà narcocapitalistica odierna su base digitale è in un vicolo cieco e si sta suicidando, devastando Gaia. A meno che uomini di buona volontà non recuperino la virtù non ce n'è per nessuno ragazzi, si chiude bottega.


Ritornando al nostro buon vecchio Jiu Jitsu, mi posso ampiamente esporre e definirlo appunto terapia. Giocare alla lotta, sviluppare schemi motori e canalizzare l'aggressività, socializzare in un ambiente sano e non materialistico, imparare a squadrarsi allo specchio formato dal tatami e scoprire i propri demoni, sono attività benefiche ai massimi. Il bisogno ASSOLUTO del nostro DNA di manifestarsi per quello che è, il codice della vita di una creatura nata per essere libera e per vivere in serenità, è una forza che non conosce barriere e i furbi malvagissimi che ci governano come animali domestici lo sanno alla perfezione, avendo in basse a questa realtà creato una gabbia invisibile per la quale non c'è fuga se uno non se ne accorge. Ben poche Vie restano aperte per snebbiare l'occhio interiore a noi ominidi del secolo disneylandiano, ma nessuna in base alla mia esperienza ha la capacità di regalare salute sui 3 livelli al devoto e conscio praticante. Altre scienze tradizionali sono essenziali alla nostra evoluzione, ma se prima non si sradica il mal di vivere e si fertilizza il terreno, è impossibile in questi tempi bui ottenere alcunché salvo rare e confermanti eccezioni, io penso.


Afferrare, grugnire sotto sforzo, sudare e tremare, digrignare i denti e salivare pesante, ruzzolare e schiacciare, sollevare e sgattoaiolare via, insomma lottare e cioè affacciarsi al burrone delle proprie paure e vigliaccherie è una Via alla conoscenza di sé. Non è l'unica, non è la più elevata ma è la prima, la più basica e fondante. Noi siamo nati per esprimere noi stessi nella ricerca della coscienza, e reprimere la nostra vera natura lo rende impossibile. E questo è il più grande crimine. "C'è del marcio nel centro commerciale" direi quotando il M° Shakespeare, colui che nel suo magistrale Amleto descrive in fondo proprio l'individuo alienato dalla sua stessa natura e perciò eternamente insoddisfatto, malato di un dolore che non trova cura.


Io non sono un filosofo da strapazzo, sono solo un lottatore di Jiu Jitsu, ma so quel che dico, amici. La nostra arte salva le persone, gli permette di trovare -almeno parzialmente e a condizione che ci si dedichino con coscienza- un senso di pace costruttivo che il povero principe di Danimarca non conosceva, cioè alla pari del derelitto Giacomo Leopardi di qualche post fa. Può infatti parlare così infatti un fittizio regnante medioevale, ma mai avrebbe potuto Shakesperare mettere con credibilità simili concetti in bocca a un letterario condottiero dell'antichità grecoromana, un Leonida o un Adriano cesare, guerrieri e lottatori infulcrati nella fede nei loro Dèi, e quindi uomini sani e normali, con sani e normali rapporti umani e del tutto salvi da quel malanno moderno dell'uomo sfuggente.


A più riprese, sfidando il senso comune e il riso di certi miei colleghi, mi permetto di usare questo blog come un pulpito. Io conosco le potenzialità di questa nostra arte e mi son prefisso lo scopo di aiutare quante più persone ad aiutare se stesse, ecco quanto. Fate quel che vi pare, e soprattutto non date retta a me che non sono nessuno, ma fatevi soltanto il favore di risalire la china dello stress patologico: venite a lottare insieme a noi.


Finisco come ho iniziato, con una citazione:


"Respingo i principi base della civiltà moderna, specialmente l'importanza dei beni materiali."

Tyler Durden in Fight Club