sabato, giugno 30, 2012


CARLOS E LA SUA EREDITA'


In una sperduta località del Nord del Brasile, un secolo e più addietro, un ragazzo conobbe un massiccio lottatore giapponese, amico del suo babbo.

Carletto era piccino anche per l'epoca di stazza, e fu affascinato dalla fama e dall'abilità del nipponico, che si mormorava in paese fosse invincibile. Un ragazzino e un prize-fighter ora in disarmo, che strana coppia. 

Eppure gli Dèi vigilavano e operavano, come sempre.

All'indomabile samurai giramondo, Mitsuyo Maeda, giunse l'allievo-alpha, quello che ogni sensei sogna per molte vite. Che il baffutto giappo se ne rendesse al momento conto io dubito, cosa mai avrebbe potuto combinare ai suoi occhi quel pischelletto borghese, per di più gaijin?I Numi però agiscono.

Carlos Gracie non era un brasilianetto come gli altri, egli era infuso di una forza numinosa che ne fece il più grande innovatore delle arti marziali della sua epoca e uno dei creatori della nuova era. L'allievo arriva quando il Maestro è pronto, e Maeda lo era certissimamente.

Da quel fortuito -nel senso di comandato dalla Dea Fortuna- il ritorno della vera lotta in Occidente era compiuto, l'ampio giro del mondo e la semina cominciate con l'avventura di Alessandro il Grande in Persia era terminata, il periplo concluso.

Dal terzomondiale Brasile, per ignote ragioni fatali, il Jiu Jitsu tornò a inseminare le Americhe e le terre degli europei tutte. L'araldo delle nostre genti fu Carletto, che all'epoca era solo un ragazzino vivace seppur mingherlino.

Ai due maestri volgo la mente e invio un sentito ringraziamento. Senza di loro NULLA sarebbe, e tutti noi jitsuka a loro dobbiamo la gratitudine per un opera gigantesca che ci ha permesso di esser qui oggi a godere della luce del BJJ, con affetto particolare verso l'innovatore che raccolse la fiammaIl mondo (non solo quello del combattimento) non sarebbe lo stesso senza la tua Forza, grazie M° Carlos. Ti prego di aiutarci e di proteggerci dalla tua elevata sede attuale, OSS!





giovedì, giugno 21, 2012


TEMPO DI ESAMI

In epoca di di maturità, è d'uopo celebrare il miglior testo che uno studente abbia mai avuto: il Bignami

Ai miei tempi era lui a salvarci il culo, la nostra arma di difesa contro la casta dei professori nemici. Il miglior riassunto, quell'infallibile riassunto di riassunti che era indispensabile a riportare alla memoria il materiale accumulato nello studio, poco o tanto che fosse stato.

Insomma, i riassunti servono, ci tengono a mente i punti salienti, la trama essenziale a cui si appiglia il resto, il circostanziale.

Per questa stagione di chiusura dei corsi ne riproporrò uno sul Jiu Jitsu, un bignamino dell'arte suave.

***

- Il Jiu Jitsu è un'arte marziale di origine nipponica, sviluppatasi poi in Brasile a opera della famiglia Gracie all'inizio del 1900.

- E' un sistema nato e cresciuto per il combattimento reale, testato in migliaia di sfide (Vale Tudo) e oggi rappresenta uno dei 4 pilastri del contemporaneo cage fighting.

- Il BJJ predilige evitare lo scambio di colpi in piedi, che statisticamente favorisce troppo il contendente più forte fisicamente, e insegna a chiudere la distanza e dirigere lo scontro al suolo, dove intende chiudere la partita con uno strangolamento o una leva articolare.

- L'arte suave ha riassunta la sua strategia di combattimento nel detto "Portalo al suolo, stabilisci una posizione dominante e finiscilo". Nel malaugurato caso che toccasse a noi finire sotto, si fugge con destrezza e si attacca da schiena a terra (:fare guardia).

- Lottare al suolo è un'arte appresa, la sola brutalità è inutile davanti a un tecnico preparato nel BJJ,e questo consente a jitsuka di piccola taglia di prevalere agevolmente su omoni grandi&grossi ma ineducati. La forza conta sempre in questo mondo, ma il Jiu Jitsu è materialmente in grado (forse unica tra le arti marziali) di rendere sistematicamente il piccoletto capace di non soccombere davanti al gigante.

- Il BJJ si pone come arte a tutto tondo, rivolta a sviluppare la persona umana in tutte le sue componenti: fisico, psiche, spirito, e contempla l'agonismo (amatoriale ed eventuale professionismo nelle MMA) a questo fine.

- Dal punto di vista pratico, tattico-strategico e filosofico, il Jiu Jitsu è in totale antitesi con le cosiddette arti marziali settarie "vintage" o tradizional(oid)i, prive di contenuto pratico e nefaste per lo sviluppo interiore dei loro praticanti.

- Alla pari delle altre arti funzionali, il BJJ si articola sostanzialmente su tre componenti: preparazione fisica, studio tecnico e sparring. E' un fatto incontestabile che, al di là di roboanti affermazioni e marketing aggressivo, nessun metodo è utile nello scontro reale se è privo di  sparring con avversari non collaborativi ed esperti, e di gare a contatto pieno.

- Il BJJ appartiene alla ristretta famiglia delle arti marziali di lotta corpo a corpo. Lottare NON è uno sport inventato per sollazzo, tipo tennis o curling; in sé è una funzione genetica di tutti i mammiferi, tramite la quale essi apprendono a relazionarsi coi loro simili. L'essere umano, privo di appendici contundenti (zanne etc.), è un grappler naturale, fatta sì la struttura di sofisticato strumento delle nostre mani, assai delicate e inadatte a essere usate come martelli.

- Nel BJJ non si finge MAI, è un'arte onesta e che insegna la verità. Ogni scelta tecnica è frutto di empirìa e di valutazione spassionata, alla pari di tutte le altre scienze sperimentali ogni 'legge' è tale finché non ne emerge un'altra più "vera".

- Scopo a 360° della pratica del Jiu Jitsu è il benessere psicofisico, ottenuto sviluppando un corpo sano e forte, la fiducia in se stessi tramite un realistico metodo di combattimento, e socializzando in un ambiente pulito.

***

Buon esame, che sia di maturità o di coscienza, gente!



giovedì, giugno 14, 2012



COME RIUSCIRE AD ALLENARSI DI MMA
IN TEMPI DI CRISI ECONOMICA


Il 'fenomeno-MMA' sta crescendo, anni di lavoro portato avanti dai pionieri e l'UFC in tivvù han fatto sì che anche in questa desolata colonia iuessei di 2° livello sia cresciuta la cultura sul combattimento.

Già esistono lungo la penisola dei centri professionali dove studiare questa disciplina in tutte le sue sfaccettature, ma sono molto pochi. In quasi tutte le realtà è già grasso che cola riuscire a trovare un'accademia di BJJ seria, figuriamoci una palestra stile American Top Team.

Questo post è rivolto ai giovani desiderosi di cimentarsi nella gabbia ma che magari vivono a Racalmuto o in Val Camonica e che matematicamente non hanno i soldi e la momentanea opportunità di trasferirsi.

Ipotizziamo che io abbia davanti a me Calogero e Gianasso provenienti dalle rispettive amene località, e che mi chiedano lumi su come fare a praticare uno sport ancora così poco diffuso dalle loro parti. I ragazzi non hanno vaini in tasca e dalle loro parti l'ultima novità in fatto di arti marziali è il Semi-Contact.

Il mio consiglio agli aspiranti mmaisti è il seguente: 
spulciate internet e scoprite se dalle vostre parti esiste una palestra di Lotta Olimpica. Nel caso che non ce ne sia una, (cosa purtroppo probabile) iscrivetevi a una di Boxe. Di solito sono poco esose e abbastanza diffuse un po' ovunque. Fortuna vorrebbe incontrare anche una buona scuola di Muay Thai.

In seconda battuta si devono frugare e trovare i minimi fondi per mettersi un tatami usato in garage, e cominciare la spola con la più vicina titolata accademia di Jiu Jitsu disponibile. Siccome le frequentazioni saranno rarefatte, occorrerà trovarsi un amico sulla stessa linea d'onda e ripassare con assurda meticolosità il materiale recepito dal professor di BJJ, facendosi dare anche una serie di drills tecnici.

Su questa base artigianale misto striking/grappling, gli ardimentosi poco danarosi dovranno passare un bel po' di tempo. Ogni raro euro che gli casca in mano lo potranno e dovranno impiegare per aggiornamenti tecnici e gare di modalità (indispensabili), allenandosi come monaci guerrieri nella loro tana.

Passano i mesi e la tormenta di caos nella testa si fa più moscia, i ragazzi hanno preso parte a qualche seminario di MMA serio e si sono fatti un'idea ben precisa. Con una maggior tecnica sul gobbo è il momento di chiedere ospitalità a scuole serie delle modalità non allenate o quasi, e andarci a fare del sano sparring con regolarità. Non sarà facile ma è possibile, se una persona si pone con entusiasmo unito a umiltà non sarà mai scacciato da palestre oneste.

In capo a 1 anno di allenamenti senza requie si inizieranno a vedere i primi timidi boccioli spuntare, e il siciliano e il lombardo delle montagne saranno in grado di mettere in azione alcune metodiche-base del cage fighting.

A questo punto i giochi sono fatti. Se i due si accontentano allora potranno con calma continuare la loro 'carriera a distanza' in attesa di tempi migliori, godendosi quel che riescono a fare così messi. Nel caso che invece si sentano bruciare dentro il sacro fuoco, allora interverrà una spinta prepotente a cambiare le carte in tavola e magari fare scelte più radicali.

Allenarsi senza spendere tanti soldi è possibile ma senza tanta tanta voglia no.


"I campioni non si fanno nelle palestre. I campioni si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione."
Cassius Clay


giovedì, giugno 07, 2012


LE 10 DOMANDE CHE PERSEGUITANO UN JITSUKA (E  COME RISPONDERE)


Il fatto di praticare uno sport dal nome incomprensibile ai più, e la congerie di imbecillità che il pubblico ha assorbito dal cinema sulle arti marziali, rende un po' scoraggiati i praticanti, al punto di sfuggire ogni richiesta d'informazioni che ricevono a proposito del loro benamato BJJ.

Dato che però non viviamo su un'isola deserta e che obblighi sociali ci pressano in qualità di membri del consesso civile, finisce che non sempre ci riesce di scantonare il discorso e che quindi veniamo immancabilmente bombardati dalle stesse cose.

Vi confesso che anche io preferisco telare, come si dice a Firenze, cioè sfuggire all'interrogatorio e spesso alla domanda di che sport io pratichi, per essere sbrigativo dico solo: lotta, che a grandi linee lo capiscono tutti, ma tant'è.

I decaloghi, come diceva il geniale commediante George Carlin, danno l'idea di essere una cosa seria, una lista -che ne so- di 9 o 11 precetti non rende bene. E quindi mi accodo.

1)"Uh, fai GiUngitsu, allora sei pericoloso?!" (con faccina ridicola da cartone animato)
R: sono una persona pacifica ed educata, mi alleno per stare bene con me stesso e con gli altri. Il Jiu Jitsu insegna le buone maniere e se il mio maestro sapesse che mi litigo per strada perderei il suo rispetto, rimediando anche qualche pedata nel culo da lui.

2)"Non hai paura di farti del male?"
R: il Jiu Jitsu è uno sport assai sicuro, non ci diamo colpi in faccia e ci alleniamo di proposito senza troppa forza muscolare. Anche nelle gare gli infortuni sono molto rari.

3)"Lottate a terra? Allora non è adatto alla difesa personale,no?"
R: il BJJ è eminentemente un sistema per combattere in confronti reali, ed ha dimostrato questa sua caratteristica in ogni contesto, dalle strade malfamate alle gabbie di MMA. La fase al suolo è la più delicata nella cd. 'difesa personale' e non sapersela sbrigare lì rende un metodo mutilo a questo riguardo.

4)"Mio cugGGino fa lo stile XYZ e sa colpire i punti vitali, li fate anche voi?"
R: il Jiu Jitsu è un'arte scientifica e che valuta le tecniche in base soltanto a una applicazione reale. I fantomatici punti vitali, tocco della morte etc non funzionano e questo è stato ampiamente dimostrato in decadi di Vale Tudo a mani nude senza restrizioni. E' una leggenda.

5)"Perché indossate quel pigiama? Non sarebbe meglio allenarsi a torso nudo per la difesa personale?"
R: il Gi (kimono) è uno strumento di lavoro che ha dismostrato di infondere molta qualità a chi sappia servirsene in allenamento. Inoltre di solito la gente va a giro vestita, è raro litigare in spiaggia o sotto la doccia.

6)"Non sarebbe meglio studiare i calci&pugni piuttosto che uno stile tutto basato sulle leve e strangolamenti?"
R: nostra signora la Forza di Gravità e le altre leggi della fisica rendono un avversario più forte fisicamente e più alto troppo avvantaggiato nello striking, specie se è aggressivo e parte per primo. Il BJJ ha storicamente dimostrato di riuscire sul serio ad aggirare (forse unica arte marziale) con successo l'inferiorità atletica tramite la sua strategia: portalo al suolo e finiscilo lì dove la stazza conta meno della tecnica. Si prediligono le sottomissioni perché si può incassare un pugno ma non un braccio sbriciolato.

7)"Se fate gare allora non è un'arte tradizionale, vero?"
R. il Jiu Jitsu è la più tradizionale delle arti, e contempla l'agonismo quale strumento di crescita tramite il confronto, un banco di prova stressante per verificare se stessi contro un uomo non collaborativo. La mancanza di scontro a contatto pieno fa degenerare rapidamente un sistema e lo trasforma in un vicolo cieco marziale, balletto o pantomima.

8)"Ruzzolarsi,combattere.. sono cose troppo da macho e io sono una ragazza, non farei meglio a fare pilates o zumba?"
R: lottare corpo a corpo è una funzione dell'essere umano e di tutti i mammiferi, e seppur di solito più attraente per i maschietti, il Jiu Jitsu è sicuro e divertente per tutti, indipendentemente dall'età e dal sesso.

9)"E'uguale al Ju Jutsu tradizionale?"
R: il tra il nostro BJJ e il cd 'JJ tradizionale' non c'è nessuna somiglianza a parte il nome. Con quella definizione si classificano stili vintage, privi di contenuto applicativo e spesso borderline con la sétta marziale.

10)"Ma che è, tipo Capoeira??"

Qui non c'è risposta. 

Questa è la domanda-nemensi, il bau bau di tutti i jitsuka. Si può solo scuotere la testa e piangere lacrime amare.

venerdì, giugno 01, 2012


JIU JITSU COME MEDITAZIONE

Uno degli aspetti che puntualizzo in maniera ossessiva, su questo blog e a lezione, è l'importanza di conoscere a fondo le potenzialità della nostra arte suave, che sono immense.

Un'arte come il Jiu Jitsu è uno strumento di trasformazione integrale, di cui parte (piccola o grande che sia) è lo sport o agonismo. Per migliorare quali esseri umani è indispensabile strutturare un'ecologia della mente.

Non entrerò in intricatissime e indigeribili sottigliezze su cosa la mente sia, sappiate solo che la vostra mente NON siete voi, è uno strumento del quale vi servite. Potete paragonarlo al sistema operativo del vostro computer, un mezzo indispensabile attraverso cui utilizzare la macchina e farci girare i software specializzati; voi però siete l'utilizzatore della macchina, non certo la ferraglia e tantomeno il browser.

Questo sistema operativo ha bisogno di manutenzione periodica e di aggiornamenti, pena il malfunzionamento. Dare ogni tanto tregua allo strumento e fare pulizia di virus e junk, è tra i compiti di ogni arte, ossia forma culturale evolutiva della persona umana da tutti i punti di vista: fisico, animico (psichico) e spirituale.

Il termine meditazione rimanda a tutta una serie di esercitazioni basate sull'asservire la mente alla coscienza, la più famosa è quella seduta in isolamento. Ne esistono però miriadi, diverse per importanza, sviluppo e per fini. Nelle arti marziali orientali è molto diffusa la pratica di tipologie meditative derivanti dal Chan (Zen in giapponese), termine che è però in realtà la traduzione del sanscrito Dhyana. Una scuola occidentale di metafisica e addestramento della mente, giunta in oriente dopo migliaia di anni di sviluppo qui da noi, dove il sole tramonta.

Ripeto: le scuole sono tante, è un argomento che per esaurirlo non basterebbero numerose vite. Quello che mi preme sottolineare è che anche lottare è una forma di meditazione. Seppur non somigliante a quello che i profani credono che la meditazione sia -ma abbiamo visto che non sanno nulla- il puro immergersi in un contesto di sparring e volgere tutto il nostro spirito là, ci permette di staccare la spina e silenziare la mente. Quando si lotta le subroutine inceppate sulle cacchiate quotidiane vengono messe in stand-by ed emerge uno stato alterato di coscienza.

Un vento di pulizia e frescura ci percorre durante il rolling rilassato (mentre durante la gara diversamente si è in preda di venti bollenti e forze ignee) e una parte di noi troppo spesso sopita si ridesta e 'ci guida'. Tutti i lottatori hanno dozzine di episodi da raccontare sulle 'strane sensazioni' provate durante la lotta, sui flash e sulle misteriose intuizioni, sui buchi di memoria e su una buffa impressione di essere/sentirsi diversi. quel che è certo per tutti è che durante questa attività, così vicina alla umana primordialità, è impossibile continuare a pensare ai problemi ordinari, ed è soprattutto per questo che a fine allenamento ci si sente così bene e riposati anche si è distrutti dalla fatica.

Voglio precisare che questa pratica è tutto il contrario, come sensazione e come effetti sulla nostra coscienza, dei comuni 'divertimenti', specie quelli dove ci si abbrutisce e la povera coscienza muore: droghe, alcool, partite di calcio, tv etc. Durante uno sparring tranquillo di Jiu Jitsu, ci si immerge in qualcosa che richiede la massima concentrazione e si lascia far capolino un "noi" più saggio e meno artificiale, l'opposto della robaccia sopra nominata.

Come sempre vi ricordo che per trarre vantaggio da un qualcosa è imperativo innanzitutto sapere che esiste, e in secondo luogo lavorare per imparare a sfruttarla. Buona meditazione a contatto pieno per tutti.





venerdì, maggio 25, 2012


SONDAGGI SUL TATAMI: 
CONOSCERE LE PROPRIE MOTIVAZIONI

Ho il piacere di avere degli allievi molto svegli. Ragazzi molto seri, con cui è un piacere discutere. Il vero privilegio dell'insegnare è quanto s'impara, in verità.

In questi giorni post-Italian Open, più rilassati riguardo allo sparring, ho riportato la barra sulla tecnica e anche sulla conoscenza dell'arte in sé.

Come ho spiegato fino ad annoiarvi, il Jiu Jitsu in qualità di disciplina marziale ha il compito di formare la persona umana nella sua totalità, corpo-anima-spirito. E' quindi di fondamentale importanza che oltre il mero lato agonistico e fisico-atletico, il jitsuka conosca le componenti storiche, psicologiche, e di introspezione del BJJ.

Mi sono soffermato a riflettere a voce alta su quali siano le motivazioni profonde del perché io pratichi, e ho dato come compito a casa ai miei giovinotti di formulare una risposta articolata, modello tesina a voce, in quanto credo che un uomo libero debba necessariamente sapere (e saper spiegare ad altri) le ragion i delle sue scelte.

Ho premesso che risposte flash tipo "Perché mi piace" o "Perchè il giugizzu è forte!" porteranno direttamente alla pedata nel deretano, e che una superficiale attitudine su tema siffatto NON sarà tollerata. Riuscire a guardarsi dentro è lo scopo alto del Jiu Jitsu, l'aumento di coscienza insomma.

Voi amici lettori avete davvero meditato sul perché fate quello che fate? Avete avuto il coraggio di dirvi la verità?





sabato, maggio 19, 2012




A CHE SERVE LA CINTURA?

E giù tutti a rispondere tra il serio e il faceto con l'ormai celeberrima massima tratta dal nerdissimo Karate Kid: "A tenere su i pantaloni!".

Il che è corretto.

Nelle arti pseudomarziali fantascientifiche (tradizionaloido-fossili) è notorio che si è fatta una divinità della cintura/grado, eccedendo il livello dell'idolatria e sconfinando nella paranoia pura. Adulti che cianciano di strisce di cotone o lignaggi per anni, litigandosi pure su di essi, insomma cose orribili.

Come nasce sta cosa delle cinturette colorate, che fine ha? Possiede un senso ulteriore rispetto al semplice ingolosire i gonzi con avanzamenti gerarchici farlocchi? Come si pone il BJJ rispetto a questo tema?

Cominciamo dalle base. Un Gi(kimono) non è nient'altro che un abito, comune a tutte le culture del mondo: casacca, pantaloni, uniti da una cinta. E' una tuta, un abito da lavoro (allenamento).

L'idea della cintura nera per il sensei venne a Jigoro Kano, che la propose quale simbolo di maestria. Poi Kawaishi, anch'egli judoka, inventò quelle colorate in progressione per stimolare gli allievi, francesi ed europei all'inizio. Oggigiorno la dazione delle "cinture" è diventata un business e una vergogna per le arti marzialoidi.

I puristi sostengono che i veri combattenti, tipo pugili e lottatori olimpici, non sanno di cinture e che il valore nel combattimento e la professionalità nell'insegnare debbano venir valutati dal curriculum dell'interessato. Il BJJ però utilizza il sistema dei colori, ed è risaputo ovunque che in quest'arte marziale conseguire un grado è un lungo e doloroso processo.

In linea di principio hanno ragione coloro che sostengono l' inutilità delle cinture per determinare la qualità di un atleta. E' ovvio che una fascia di cotone in vita non dice nulla di una persona in sé. E' però anche vero che il sistema delle cinture permette di gestire la progressione di studio all'interno di movimenti molto ampi, di caratura mondiale, e che assicura un minimo di equità nel matchmaking agonistico. Le serie e le categorie degli SdC molto spesso sono farsesche, e si assiste per es. a Campionati Italiani di specialità in cui dei professionisti delle forze armate si baloccano con reali amatori, e ciò è ingiusto.

Ritengo che, bimbi a parte, delle cinte si potrebbe benissimo fare a meno e che l'attuale andazzo delle arti non realistiche di dare senza merito cinture nere a ogni sorta di mancamentato, con avanzamenti stile ministero le ha svalutate. Nel Jiu Jitsu una nera invece significa ancora molto, il conservatorismo estremo nella concessione dei gradi per adesso regge e dà un significato a quel tessuto pigmentato girogiro intorno alle anche. In fondo la cinta farlocca in un'arte dove si lotta sempre è quasi impossibile, scapperebbe fuori subito rendendo, ridicoli gli organizzatori della fallita truffa.

Pollice su per le cinture colorate nel BJJ, per adesso. Sempre ricordandosi il detto brasiliano che recita "La cintura ti copre solo qualche cm del tuo culo, il resto lo devi parare te".



giovedì, maggio 10, 2012


LOTTARE HUMANUM EST

Prendo spunto per questo post da un articolo che gira sulla rete in questi giorni. E' ad opera di Massimo Fini, uno dei pochissimi giornalisti italiani che si distingua per originalità e assenza di servilismo nei confronti dei poteri forti. 

Leggetevelo, è sapido:"Delio, elogio del cazzotto "una tantum" su http://www.massimofini.it/articoli/blog

Sono concetti sacrosanti e che il vostro blogghista qui presente veicola anche lui da anni. Una precisa scelta delle congreghe mondialiste tese alla dittatura globale ha ragionevolmente -per loro- inteso annichilire ogni radice profonda e culturale e del gruppo di appartenenza dei popoli, puntando con particolare fervore alla struttura psicologica dell'individuo.

Togliere la stabilità alla persona umana è prerequisito necessario per ottenere quella massa di schiavi felici, ammorbati dalla tivvù, gentaglia che è così debole e insicura da nemmeno sognare di ribellarsi, ma manco per scherzo. Debole di corpo e di mente uguale servo contento di esserlo, e giù di grandifratelli, partite di pallone truccate etc.

Chi e cosa odiano i padroni del mondo sopra ogni cosa? Qualunque istituzione, disciplina e forma culturale che amplifichi la coscienza e renda l'umano Uomo. Dunque in primis vanno resi imbelli i cittadini, con una svariatissima gamma di furbate.

I nostri contemporanei italioti, grassi e mosci, annegati sin dal concepimento in cibi inidonei e privati della figura del Padre (per non parlare della Patria), sono diventati un ircocervo, cioè una figura mitologica di quart'ordine, femminei nella psiche e nei comportamenti. Quel popolo che sottomise il mondo ora s'ingozza di schifezze (anche droghe) e s'aggira disperato per centri commerciali ricolmi di merci inutili che quella marmaglia adorante ormai non può più nemmeno permettersi: follia collettiva pura.

Un punto autobiografico dell'articolo di Fini vorrei evidenziare:
"Due giovani italiani, un ragazzo e una ragazza sui trent'anni, hanno incrociato un albanese che ha squadrato dalla testa ai piedi, con insistenza, la donna, in un modo oggettivamente offensivo. Il ragazzo si è permesso di dire qualcosa all'albanese che lo ha ripagato con un tremendo ceffone. E il ragazzo, tenendosi la guancia: “Ma no, parliamone...”.

Ho assistito anch'io a scende invereconde del genere e piango su come ci hanno ridotti. Un maschio adulto italiota messo così male da aver perso del tutto la dignità basilare, nemmeno in grado di difendere la sua donna e la faccia davanti a colei.

Io vi chiedo, amici, secondo voi sarebbe arrivato non dico al ceffone ma all'offesa quel buzzurro, con davanti uno dei nostri lottatori cintura nera, collo smisurato e orecchie sfondate? No, sarebbe girato ben alla larga, ve lo dico io. I vili si approfittano della pecora, ma col lupo evitano al 100% di mettersi a confronto. E se ottenebrato dall'alcool ci si fosse provato, avrebbe rimediato una lezione di portata esistenziale, altro che "parliamone".

Per tentare di salvare la nostra collettività dalla tirannide orwelliana è in-dis-pen-sa-bi-le opporsi con tutte le forze della nostra anima. Ma se siamo deboli e codardi, cosa opporremo?
Buttate la tv, bucate i palloni e portate i vostri figli su un tatami, è una guerra cosmica che ci vede impegnati.


lunedì, maggio 07, 2012


TOGLI IL KIMONO, METTI IL KIMONO

L'altro giorno ho avuto un'ennesima discussione con un amico a riguardo delle arti pseudomarziali fossili (anche dette tradizionaloidi).

Questo mio simpatico accolito è un semi-profano; si è dilettato nel Judo da bimbetto ma sostanzialmente non sa distinguere un'arte da un'altra.

"Ma il cravmagà nun è efficace? E il cungfù nun te piace..?"

Domande a cui ho risposto mille volte su questo blog che però il mio commensale non conosce. Ho brevemente ma minuziosamente rispiegato il perché e il percome non possono funzionare certe cose, e lui a un certo punto con arguzia mi dice:
"Eppure anche il Jiu Jitsu è un'arte tradizionale..ha il kimono".

Cari lettori, era giusta la sua affermazione?
Il BJJ è un'arte marziale tradizionale?
Che si porti un kimono di foggia giapponese c'entra?

(...)

Risposte:
1) Si, il Jiu Jitsu è la PIU' tradizionale delle arti, ma nel senso vero del termine, mentre le arti con scenografie indocinogiappomalesi del 1330 (o quelle rambesche in mimetica) non lo sono; esse sono un presepe che non ha più nulla del tramandare il modo efficace di combattere e quindi sono anti-tradizionali in verità.

2) Si e no. Dal punto di vista della riconoscibilità si capisce che anche un neofita legge un gi alias kimono come qualcosa di "marziale", ma la sua adozione nel BJJ va, come tutto il resto, nel segno della massima efficacia dell'allenamento e basta, non è un abito mascherato tipo quelli di coloro che sventolano spadoni e lance.

Adottare una certa uniforme al fine di massimizzare la produttività dell'addestramento nella lotta è tradizionale, e infatti noi jitsuka lo togliamo a volte il pigiamone, e ci alleniamo nogi se ci va e se serve, con profitto e goduria, senza falsi miti.

Il mio conoscente credo sia rimasto abbastanza soddisfatto della spiegazione, spero anche voi lo stesso.





lunedì, aprile 23, 2012




PERCHE' E' SEMPRE UNA QUESTIONE DI STILE


Stile.

Questa parola ha assunto una gran diffusione nel nostro lessico, non lo si può negare. Nel pittoresco mondo delle arti sciroccato-marzialoidi di solito prende un significato opposto alla sua originale radice semantica, e cioè i fossilisti inani pretendono di contraddistinguersi dai pari loro nell'adesione (più o meno convinta) più cieca et assoluta degli altri all'insegnamento del loro supermaestrone, a sua volta unico depositario del sapere di un qualche messia marziale del subcontinente asiatico etc.

Stile deriva da stilus, dall'arma ma in generale da un oggetto acuminato. In senso traslato significa ciò che ci differenzia, e quindi è perfettamente stilistico colui che faccia di tutto per distinguersi da ciò che gli è stato inculcato, non diventare una fotocopia umana. Compito di ogni insegnante in buona fede del mondo sarebbe puntare a che ogni suo discepolo lo superasse e creasse il suo "stile", che però NON significa per nulla che l'adepto si debba inventare nuove e fantasiose mosse esotiche prese dal mondo animale e altre bestialità del genere! 

Una delle ragioni che più mi fanno disperare della possibilità che la razza umana sopravviva, e lo sapete bene, è la sua innata, conclamata capacità di farsi prendere per il culo. Noi mammiferi abbiamo bisogno di una forte capacità di adattamento e ricezione di informazioni per sopravvivere, e questa nostra abilità di 'creder' purtroppo ci condanna a subire le astute manovre appecoranti di chi le falle della psiche umana ben conosce. Pertanto bugiardi e abili parlatori prevarranno sempre miliardi di volte sui cercatori di verità, e questo come specie -io temo- ci condanna all'estinzione, ma andiamo avanti.

Sviluppare il proprio stile, nel Jiu-Jitsu e in generale laddove si ricerchi una verità al di là delle affermazioni roboanti dei furbi, sta a dire che si procede dalle orme di chi ci ha preceduto e c'insegna la via, per poi aprire un nostro sentiero, distinguersi per scelta esistenziale. Non si tratta però di quel bisogno di originalità a tutti i costi che indemonia i borghesotti piallati dalla globalizzazione, tutt'altro. Lo potrei paragonare al desiderio del membro sano di una squadra ben oliata di offrire il suo contributo specifico al successo globale.

Quando si dice che una persona "ha stile", si capisce che ha savoir faire, che ha quel qualcosa in più nel muoversi, parlare e comportarsi che lo rende ammirevole agli occhi degli astanti. Ecco, in questo senso io punto a che tutti i miei allievi abbiano un sacco di stile, che siano loro stessi nel fare Jiu Jitsu, nel senso di essere belli a vedersi ed efficaci nel muoversi, adattando profondamente il gioco alle loro personali caratteristiche psico-fisiche ma NON perdendo la bussola e andando a cercare quelle giochesse fasulle che in realtà esprimono un lato guascone e finto dell'ego esteriore.

Un vero appassionato di BJJ sa che un forte lottatore mette in opera le stesse posizioni di una cintura bianca, solo 100.000 volte meglio, e che un vero campione lo si riconosce per quel suo non-so-che, per quella leggiadria e potenza che ha trovato dentro di sé e che lo rendono riconoscibile, non nelle invenzioni astruse.

Io ho attraversato molte 'fasi' nel mio decennale viaggio nel mondo dell'arte suave e al momento credo di aver sedimentato un MIO modo di lottare che mi è precipuo. A ogni allenamento chiedo ai miei atleti di copiare Mario nei minimi dettagli, come ogni insegnante che passa delle informazioni a cui tiene,  e poi di dimenticarselo, nel senso di cercare quel loro gioco, quella loro interpretazione del lottare che sgorga dal cuore. Arrivare a sviluppare un proprio stile è compito di ogni jitsuka, soltanto che è un'operazione ardua e che richiede un sacco di tempo, e molti abbandonano la pratica ben prima di aver capito quanto non sanno.

Il Jiu Jitsu, si dice, incomincia per davvero a cintura nera, ma purtroppo come metodo di combattimento è talmente efficiente che trae in inganno e finisce che fighters fortissimi non arrivino mai a riceverne tutti i vantaggi da esso perché credono di averlo capito in toto quando invece sono ancora alla superficie.

Io molto socraticamente so di non sapere, ricevo continuamente dure lezioni in allenamento e questa meravigliosa sensazione di vertigine, di essere solo all'inizio di un viaggio forse infinito, mi motiva allo studio quotidiano di questa arte-galassia. Ho imparato quel che so dai miei insegnanti ma io non sono loro, ho la necessità di trovare il mio bandolo della matassa e per fortuna: potrò praticare Jiu Jitsu tutta la vita con il senso di stupore e scoperta che solo i bambini hanno.


venerdì, aprile 06, 2012



JIU JITSU EDUCAZIONE: RITORNO AL PASSATO


Su questo blog sono passati diversi pezzi che descrivevano -spero a fondo- il lato educativo del BJJ e delle arti di lotta.

In particolare abbiamo descritto la funzione centrale ed in-e-li-mi-na-bi-le dell'arte dell'abbracciare nella pedagogia tout court. Il modello educativo che se ne privi è folle e inutile.

Ho sovente dichiarato che l'educazione classica del mondo greco-romano raggiunse l'apice dello sviluppo del pensiero umano in TUTTI i campi, dato che quella fu la civiltà, punto. Sapete quanto abbia dedicato la mia penna a descrivere il modello educativo dei popoli civili cioè del Mediterraneo antico. Essi furono "la gente della Lotta".

Anni e anni di studio sulla civiltà mi hanno fatto da tempo catalogare il Jiu Jitsu, arte di formulazione nipponica sì ma derivata dalla Pale, la tradizione lottatoria greca portata dalle schiere di Alessandro Magno in Asia, come il massimo sviluppo disponibile dell'arte degli abbracci. Adoro la Lotta Olimpica e stimo profondamente le arti funzionali derivate dal Jiu Jitsu, come ad esempio il Judo e il Sambo, ma ho la profonda convinzione che il nostro BJJ sia su di un altro piano come sofisticazione, scienza del movimento e fini educativi, nonché infuso di una diversa Forza.

Più passa il tempo e più mi sento simile ai pedagoghi della civiltà, quei maestri-lottatori desiderosi di veder crescere sani e robusti i loro protetti, indipendenti nel ragionamento e saldi nelle membra. Per far questo divenire realtà in fondo non c'è bisogno di guardare a millenni fa. Le accademie di lotta Greco-Romana moderna di solo pochi decenni addietro erano esattamente ricalcanti il modello antico. Erano scuole di vita, della mente e del fisico, e vi si utilizzavano tutti gli strumenti classici necessari: atletica leggera, pesistica olimpica e ginnastica oltre il corpo-a-corpo.

Il vero atleta (andate a guardare il significato del lemma) è un lottatore-ginnasta che usa i pesi e corre sprint.

Come ai tempi di Pericle e di Scipione, per far crescere un bimbo sano e pisichicamente stabile bisogna insegnargli l'arte della lotta, della quale parte essenziale è appunto la "ginnastica" fisica. Nell'accademia il giovane e l'anziano si frequentano senza barriere generazionali e sociali, vi si trova la vera amicizia, il vero impulso alla crescita sana. In questo brodo ribollente di testosterone e virile cameratismo s'impara a diventare Uomini (NB: studiate il M° Platone e capirete il senso ulteriore di questo messaggio).

Come dico sempre: col Jiu Jitsu il debole diventa forte, il forte diventa tranquillo, il pauroso ardito e il vile diventa..rotto. Il Jiu Jitsu è onesto, il Jiu Jitsu è scuola di verità, ci mostra i nostri difetti. E' nella Via Solare mostrata dall'oracolo delfico: "Conosci te stesso".

Il futuro dell'arte suave è in realtà molto antico. Io vedo il ritorno al passato, con la penisola solcata di accademie fitte di bimbi, tra parallele e anelli, materassine e bilancieri di ghisa. Bimbi forti e magri, sorridenti e sani, un'Italia migliore che arriverà.




martedì, marzo 27, 2012



SE DIECI ANNI VI SEMBRAN POCHI..

Calato a Pontassieve per il nostro stage primaverile, Federico Tisi ha festeggiato la decade. Per millesimo nel 2012 sono infatti 10 anni che il bellocrinito maestro romano insegna nel capoluogo toscano senza soluzione di continuità.

Lo incontrai nel 2003 in un seminario in Emilia e da allora il nostro sodalizio non si è mai incrinato, tanto da rendermi oggi tra i suoi istruttori quello con più anzianità di servizio, e devo dire che ne sono abbastanza fiero.

Il seminario ha reso molto soddisfatti i numerosi partecipanti da varie regioni del paese, e Federico come al solito ha talentuosamente, minuziosamente sezionato il lavoro (proiezione, passaggio e attacchi da sopra) per renderlo potabile a tutti, seguendo con pazienza i principianti e i più avanzati per ore, sino all'immancabile ammucchiata finale.

Come si dice ai compleanni: 100 di questi giorni. Io colgo l'occasione per ringraziare il mio insegnante, al quale in realzione al Jiu Jitsu io devo TUTTO, è per merito suo se io so quel (poco) che so e se i miei stupendi ragazzi hanno avuto una scuola consolidata e tecnica da cui abbeverarsi. Il piacere immenso di condividere questa passione e questa aurea arte non ha rivali nella mia modesta esistenza, è un dono che è impagabile.

In questo futile mondo di ometti dall' animo ignobile e di sbiaditi personaggi senza una dirittura morale, io resto pervicacemente attaccato al concetto di lealtà e rispetto per il proprio maestro. Sono un povero reazionario, che ci volete fare..

Grazie Fede, grazie miei collaboratori/istruttori Stefano Francesco e grazie allievi, vi voglio molto bene; quando cominciammo alla vecchia palestra in centro in DUE chi l'avrebbe detto che saremmo arrivati a questo?

"Le due conquiste più alte della mente umana sono i concetti gemelli di "lealtà" e di "dovere". Quando questi concetti gemelli vengono disprezzati... squagliati in fretta! Magari riuscirai a salvarti, ma è troppo tardi per salvare quella società. È spacciata." (Robert Anson Heinlein)






venerdì, marzo 16, 2012



Il coraggio fa male - Mai fidarsi di chi non ha mai preso un pugno in faccia
Di Scott Locklin (settembre 07, 2011)
traduzione di Giovanni"Fuck yeah"Fort

Ai conservatori piace parlare delle cause del Tramonto dell’Occidente: il femminismo, il lassismo morale, l’abuso di droghe, il declino del cristianesimo, i reality TV. Attribuire la colpa del decadimento della civiltà a delle scorfane lardose come Andrea Dworkin [famosa femminista militante americana obesa N.d.T.] è l’equivalente di un medico che emette una diagnosi di demenza senile sulla base delle rughe che solcano il volto di una persona anziana. Il fatto che la gente abbia ascoltato cretini e cretine come la Dworkin è solo un sintomo, non la causa, di una cultura che sta tramontando. La causa del declino della civiltà è semplice semplice: mancanza di contatto con la realtà oggettiva.
Il grande banchiere e giornalista (nonché fondatore dell’originaria National Review) Walter Bagehot, lo ha espresso molto bene quasi 150 anni fa: "La storia è costellata delle rovine di nazioni che hanno guadagnato un po’ di progressismo al costo di una grandissima porzione di dura virilità, e che hanno così preparato se stesse per andare incontro alla distruzione non appena i movimenti del mondo ne hanno creato l’opportunità."
Ogni grande civiltà raggiunge un livello di prosperità tale che è possibile vivere tutta la propria esistenza da pacifisti senza subirne per questo serie conseguenze. Molte civiltà sono arrivate allo stato di involuzione rappresentato ad esempio dai moderni costumi Berkleiani, dallo scambio di coppie al vegetarianismo. Idee di questo tipo non hanno origine in un’esistenza dura a contatto con le forze della natura e degli elementi: sono invece l’inevitabile conseguenza dell’essere degli inutili smidollati urbani che vivono separati da qualsiasi contatto significativo con la realtà. Gli individui “ipercivilizzati” cercheranno di dipingere la propria decadenza come un qualcosa di “altamente evoluto” e degno di emulazione, in quanto è fenomeno che può esistere esclusivamente nella serra calda e brulicante di vita dei centri urbani altamente civilizzati… proprio come le epidemie di influenza. L’evoluzione comporta selezione naturale brutale e spesso violenta, e quelle persone hanno la stessa esperienza delle brutali forze evoluzionistiche che ha il tipico barboncino urbano, tosato, infiocchettato, e vestito di ridicolo cappotto.
Attraverso tutta la storia dell’umanità, civiltà vigorose hanno avuto vari modi di gestire la sfortunata tendenza degli esseri umani a diventare degli idioti senza nerbo. I sudcoreani (che, e sarei pronto a metterci dei soldi, sono secondo me gli uomini più duri in Asia al giorno d’oggi) hanno come rito di passaggio un servizio militare dalla durezza veramente brutale. Mi dicono che i sovietici mandavano gli studenti a raccogliere le patate nei campi durante le feste nazionali. Gli antichi Greci usavano la competizione sportiva e i costanti conflitti bellici. Le classi lavoratrici anglo-americane, l’ultimo vasto gruppo virtuoso rimasto in quei paesi, usano il bullismo, gli sport violenti, le scazzottate, e la vita dura.
Penso che una certa visione del mondo derivi inevitabilmente dalle esperienze di violenza. È un qualcosa che … come dire … potremmo chiamare virilità. Non è assolutamente necessario essere il più duro del mondo per essere un uomo, ma bisogna essere disposti a gettarsi nella mischia quando le condizioni lo richiedono.
Un uomo che ha partecipato a una rissa o che ha praticato sport violenti ha esperito molto di più della vita rispetto a uno che manca di questi punti di riferimento. I pugni, la lotta, gli scontri armati di coltello, gli sport violenti, i duelli con le mazze da baseball, puntarsi contro delle pistole, venire schiacciati sul campo da rugby – gli uomini che hanno fatto queste esperienze sono diversi da quelli che ne mancano. Gli uomini che si sono allenati a combattere, o hanno provato direttamente situazioni del genere, sanno cosa significano coraggio e fortezza mentale, e lo sanno in prima persona. Gli uomini che sono stati messi alla prova fisicamente sanno che l’ineguaglianza è un fatto, come le leggi della fisica. Gli uomini che sanno come esercitare violenza hanno anche chiara coscienza del fatto che l’assunto di base del femminismo radicale – il fatto che donne e uomini siano uguali – è una menzogna. Sappiamo che le donne non sono come gli uomini: non lo sono fisicamente, mentalmente, né in termini di carattere morale.
Gli uomini che hanno combattuto sanno quanto sia difficile opporsi alla folla, e sanno che la civiltà è cosa fragile quanto importante. Un uomo che ha vissuto la violenza sa che, alla radice, la civiltà è un accordo reciproco tra gli uomini a comportarsi bene. Questo accordo può essere infranto in ogni momento: fa parte dell’essere uomo essere pronti quando quel momento arriva. Gli uomini che sono stati in scontri fisici conoscono una cosa di cui al giorno d’oggi si parla raramente senza sciocche risatine: l’onore.
Gli uomini che hanno fatto esperienza di scontri fisici sanno che, a un certo livello, le parole sono solo parole: a un certo punto le parole devono essere supportate con le azioni.
Soprattutto, chi ha vissuto scontri violenti sa che non c’è assolutamente nulla di buono o di nobile nell’essere una vittima. Questo è un concetto che il moderno “movimento conservatore”, guidato per lo più da fighette smidollate, ha perso, probabilmente in modo irrevocabile. Sono sempre lì a cercare di toccare le corde del nostro cuore, da “Salviamo tutti i bambini”, alle tragiche condizioni del conflitto israeliano-palestinese, ai sensi di colpa coloniali e Martin Luther King, fino al frignare perché i media non fanno giustizia ai loro appelli accorati ed emotivi per giustificare il desiderio di sganciare bombe in testa ai mussulmani. I Repubblicani stanno addirittura considerando seriamente un vero e proprio candidato-vittima: Michelle Bachman. Per quanto se ne capisce, è una sorta di Barack Obama degli stati centrali degli USA, con in più un paio di tette e una visione del mondo leggermente più delirante.
Gli uomini moderni “civilizzati” non fanno a pugni. Non praticano sport violenti. Giocano ai videogame, e al più guardano lo sport in televisione. Gli uomini moderni sono dei deboli, fisicamente ed emotivamente. L’uomo ideale non è più John Wayne, James Bond o Jimmy Stewart: è uno sfigato piagnucolante che va dallo psicologo o dall’analista, una sorta di lesbica accondiscendente dotata di cazzo, che chiama la polizia (che in teoria odia) quando ci sono dei problemi. L’uomo moderno ideale è quello sfigato inglese senza spina dorsale che è arrivato a dare persino i propri pantaloni al vandalo che lo minacciava durante le recenti sommosse nel sud di Londra.
Come siamo arrivati a questo punto? Estrogeni nel cibo? L’influenza corrosiva del marxismo culturale? Le unità familiari troppo ridotte? Alcuni degli uomini più dotati di palle che conosco sono cresciuti con una serie di fratelli con cui fare a botte.
Quando gli uomini validi e disposti a combattere sono tutti estinti, cessa di esistere la civiltà. Non saranno virago dal mento sottile e dalla mascella piccola a salvarvi dalle orde barbariche. Nessuno sfigato effeminato con la laurea presa ad Harvard si farà avanti per difendere in prima persona la decenza, gli usi comuni del vivere civile: si tratta solo di astrazioni e costrutti sociali, non lo sapete? Il movimento dei conservatori non vi salverà: sono solo carrieristi col cuore da coniglio, terrorizzati anche solo all’idea di offendere una minoranza.
Teddy Roosevelt, il mio Presidente ideale, teneva un leone e un orso come animali da compagnia nella Casa Bianca, e praticava quotidianamente il jiu-jitsu e la boxe. Perse addirittura la vista da un occhio durante un incontro amichevole di pugilato, mentre era presidente. I nostri ultimi tre gloriosi leader sono uomini che hanno cagnetti piccoli e pelosi come animali domestici, e per tenersi in forma fanno jogging. Di fronte a decisioni difficili, non fanno ciò che è giusto e non dicono la verità – fanno ciò che è più facile o politicamente comodo. A differenza dei nostri ultimi tre presidenti, Teddy Roosevelt non ha mai mandato uomini a morire in guerre inutili, sebbene lui rischiasse ben volentieri in prima persona il collo facendo la lotta a mani nude con gli orsi.
Non sono un duro da paura: sono un intellettuale dal fisico esile che porta sempre la giacca e pensa tutto il giorno alla matematica. Non mi alleno più per combattere, e le mie esperienze di violenza sono abbastanza limitate. Nondimeno, giudico le persone sulla base di questo tipo di cose. Quando incontro un uomo per la prima volta, non mi frega niente che tipo di diplomi o premi ha appesi ai muri. Non mi frega se è un liberale o un conservatore. Voglio sapere se è il tipo di persona su cui potrei contare in una rissa. In ultima analisi, quella è l’unica cosa che veramente conta.